Il Nobel: «Resto l’antidoto contro il virus moderato»

«Faremo pesare il nostro 23 per cento e andremo avanti coi nostri discorsi»

Un elettore di centrosinistra su 5 boccia Bruno Ferrante. A 60mila schede scrutinate su ottantamila circa, Dario Fo conquista quota 23 per cento. E questa percentuale, assicura il premio Nobel, sarà fatta pesare all’interno dell’Unione: «Andremo avanti coi nostri discorsi. Io non sono un moderato e non posso mettermi d’accordo per addolcire tutto e coprire le situazioni scabrose». Parole che la moglie, Franca Rame, completa: «L’ex prefetto è simpatico, gentile, ma noi non abbiamo niente da spartire con lui: è stato il vice capo della Polizia col governo Dini, ovvero un governo di destra, e le sue frequentazioni non sono le nostre. Mi fa impressione la sua candidatura e, lo dico, sia chiaro, aldilà di Dario». Come dire: la sinistra «attiva e pulita», quella che non fa inciuci, non l’ha votato perché «lui è diverso da noi». Unica certezza di una campagna elettorale che Fo ha vinto dando anche al suo competitor una piccola prova di forza al Mazda Palace, dove ha riunito settemila persone paganti. Impegno condito quotidianamente da critiche al vetriolo: prima accusando Ferrante di essere snob, poi di essere uno sbirro e infine canzonandolo per «quell’eschimo che nessuno sapeva avesse mai indossato».
Esempi di acredine che nella sede del comitato elettorale per le primarie, in quel di via Vallarse, si preferisce non commentare. Meglio tentare di rivendere ai cronisti l’immagine dell’unità a tutti i costi: «Risultato straordinario, affermazione di democrazia del centrosinistra» (Franco Mirabelli, ds). «C’è stato un forte compattamento su un unico candidato» (Pierfrancesco Majorino, Ds). «Sono state primarie vere. Dimostrano che la coalizione per vincere ha bisogno di Rifondazione che percentualmente vale 12 punti rispetto ai 32-33 che in voti si prenderebbe Ferrante» (Augusto Rocchi, Rifondazione). Affermazioni che nascondono il maldipancia di un centrosinistra conscio che nell’Unione ambrosiana mancherà il clima fraterno per tentare l’assalto a Palazzo Marino: «Il gran colpo sarebbe stato scegliere Dario, se non avessero avuto paura. Hanno deciso che fosse Ferrante e Ferrante sia» aggiunge la moglie del Nobel, lucida sulle responsabilità della dirigenza diessina di mettere la città nelle mani di un ex prefetto. Anticipo di ricadute che metteranno in crisi i già precari equilibri della coalizione di centrosinistra, costretta a decidere in tempi brevi la squadra di governo, «ma prima pensiamo al programma, col coraggio di cambiare marcia», chiosa Fo. Che dopo una giornata trascorsa tra i seggi spalmati su Milano ricorda come «Ferrante non ha corso da solo ma con una pletora di partiti di sinistra che sono con lui» e che «fanno una politica comoda, tranquilla e moderata». L’esatto opposto della sua: «Io sono l’antidoto contro il virus moderato».