La Nobel San Suu Kyi torna in prigione, il mondo protesta

I tiranni di Rangoon ne avevano un bisogno disperato. Da mesi inseguivano un pretesto per cancellare la fine della condanna a 5 anni di arresti domiciliari prevista per fine maggio e bloccare la liberazione di Aung San Suu Kyi. Con la grande «nemica» di nuovo in circolazione tutto sarebbe stato più difficile, soprattutto in vista della messa in scena delle «elezioni multipartitiche» annunciate per il 2010. Ora il pretesto c’è. A offrirlo su un piatto d’argento al dittatore capo Than Shwe e agli altri generali ci pensa il 53enne John Yettaw, il mormone americano introdottosi nella residenza del Premio Nobel per la Pace dopo aver attraversato a nuoto il lago su cui s’affaccia la sua casa. A causa di quella visita indesiderata la «Signora» è da ieri mattina in una cella della grande prigione per dissidenti di Insein e rischia altri 5 anni di galera. La mossa della giunta ha scatenato l’indignazione internazionale: il presidente Usa Barack Obama ha chiesto l’immediata liberazione, proteste sono venute dall’Ue e dall’Onu e ieri Margherita Boniver, inviato speciale del nostro governo per le emergenze umanitarie, ha convocato l’ambasciatore birmano a Roma per una nota di protesta.
La iattura del lago si materializza il 3 maggio. Quella notte Daw Khin Khin Win e sua figlia Win Ma Ma, le due assistenti della «grande prigioniera», si ritrovano davanti quell’enigmatico personaggio approdato fin sotto casa fluttuando su un paio di taniche vuote. Il mormone «pazzoide» - come lo definisce U Kyi Win, avvocato del Nobel - ci ha già provato a novembre, quando realizzò la sua prima traversata per regalare a San Suu Kyi, fervente e devota buddhista, una sacra Bibbia. Ma stavolta le assistenti di San Suu Kyi non riescono a rispedirlo indietro. Quando al piano inferiore della fatiscente casa lacustre si presenta la stessa Aung San Suu Kyi minacciando di consegnarlo alla polizia, John Yettaw racconta di essere stremato e di non poter più nuotare. Impietosita, Aung San Suu Kyi gli concede ospitalità in cambio della promessa di andarsene il prima possibile e di non affacciarsi al piano superiore.
L’indomani Yettaw viene ripescato dalla polizia e la giunta si ritrova tra le mani il desiderato pretesto. Grazie a quell’intruso, ora in galera, i generali possono incarcerare il Nobel, processarlo per violazione della reclusione domiciliare e infliggerle fino a 5 anni di prigione. La prima a capire di essere in trappola è lei. Quando le arrestano il medico personale e le assistenti San Suu Kyi cade in preda ad un collasso nervoso e smette di mangiare, s’accascia nel suo letto. Quando ieri mattina ritorna in piedi dopo un paio di flebo, il cellulare per il carcere è già davanti casa. In attesa della sentenza annunciata per martedì la «signora» non ha molte speranze. L’unica vera certezza, dopo 13 anni trascorsi agli arresti dal 1990 ad oggi, è la volontà dei generali di tenerla fuori dai piedi ad ogni costo.
Nelle elezioni del 1990, annullate dai militari umiliati, la Lega nazionale democratica di San Suu Kyi conquistò il 60 per cento dei voti contro il miserabile 2 per cento dei sostenitori della dittatura. Da allora i generali sanno di non aver speranza, sanno che solo tenendola lontana e reclusa possono sperare in una farsa elettorale in grado di legittimarli.