«Noi abbiamo rischiato la vita in Libano i politici che sbagliarono vadano a casa»

Il racconto del comandante Tomer eroe di guerra israeliano ferito in combattimento

da Tel Aviv

«La tempesta della commissione Winograd ci voleva, chi ha sbagliato vada a casa, ci vogliono uomini nuovi alla testa del Paese per prepararlo alle nuove sfide», dice Tomer davanti al cappuccino. Da poco sposatosi a Roma con Dana (lei la mattina ha corso la maratona, al pomeriggio siamo andati al tempio maggiore), agente immobiliare, adesso vola alto sulle ondate che scuotono il mondo politico e militare in crisi. Tomer Bouhadana, il comandante dei riservisti che si è rifiutato di morire a Merkabe, vuole essere la nuova Israele adatta alla sfida di domani, vuole essere il post Winograd: spesso lo si vede alla tv e in iniziative pubbliche, pulito, semplice, antigovernativo quanto si può, e con lui emergono altri leader proprio dalle ceneri della guerra contro gli hezbollah. Perché nel cuore della riarticolazione di Israele i grandi offesi che oggi guidano la rivolta popolare dopo lo scoramento subito sono i «miluim», le riserve. Sul confine del Libano, li ricordo stufi e delusi, nei sacchi a pelo con l’arma per terra al fianco, giorni di attesa senza che ci si decidesse a mobilitarli davvero e poi nella notte a piedi o sui tank in Libano in battaglia.
Dall’avvocato al verduraio, la riserva è la forza di Israele, salta in macchina alla chiamata dell’esercito, caccia i clienti, chiude bottega, molla la famiglia. Winograd ha denunciato che erano poco preparati a quella guerra, che il fucile era vecchio, tardiva la chiamata.
Seduto davanti a me, al caffè, nella luce rosata di Tel Aviv, sorriso da Micky Mouse, viso liscio di trentaduenne, occhi napoletani ereditati da una famiglia di ebrei marocchini, è difficile, non fosse per quella cicatrice di entrata e uscita sul collo, ricordarlo sulla barella, vicino all’elicottero che sta per evacuarlo dal villaggio di Merkabe, in Libano. Così lo ha visto effigiato tutto il mondo: Tomer Bouhadana comandante della 91esima divisone, coperto dalla maschera ad ossigeno, l’intubatura, le fasce, la mano del medico che cerca di bloccare con le dita il flusso del sangue che esce dalla giugulare.
Solo la forza di volontà e la pressione delle dita del dottore da campo «Itzich» lo trattenevano in questo mondo, Tomer alzava la mano facendo la V in segno di vittoria: «Cercavo di seguitare a respirare, il dolore era terribile, sentivo un immenso masso sul petto.La mattina alle cinque eravamo entrati a Merkabe protetti dal fuoco delle batterie. Dovevamo conquistare la strada fino alla Kasba; la notte l’avevamo trascorsa parlando di cosa sia un combattente, e molti sottolineavano la preparazione tecnica, le armi.Io dissi la mia: “fighter”, combattente, è soprattutto un tratto interiore, qualcosa che ti protegge dalla paura: anche un bambino che combatte il cancro in ospedale è un fighter».
All’alba, in marcia verso la Kasba, l’imboscata attende il battaglione da un edifico isolato: spari e bombe feriscono Tomer e i suoi. «Non ho pensato che stavo morendo. Ho detto a Ofir, un medico, che i soldati dovevano prendere l’edificio numero 68, mandando avanti il tank». Pensai che Nasrallah non avrebbe dovuto vedere in fotografia un altro israeliano morente, e ho promesso con la mano che avremmo vinto».
Ma poi non avete vinto, dico. «Noi ci battiamo corpo a corpo, loro combattono da lontano e nascosti; noi, in quella battaglia abbiamo ucciso dieci hezbollah e loro tre dei nostri; noi parliamo in pubblico delle nostre crisi, a loro è proibito. Ha mai sentito un hezbollah lamentarsi di Nasrallah? Mettiamo le cose nella giusta proporzione. E poi, la vittoria è una battaglia di coscienza; non svenendo ho segnalato la mia vittoria, anche se mi avevano operato alla gola da sveglio per evitare che io soffocassi. Adesso abbiamo una grande sfida da vincere, e ci voglio mettere la stessa energia». In politica? «Se serve».
Ricordo che tutto il Paese è in piazza per chiedere le dimissioni di Olmert, ma che la forza del vecchio gruppo è la mancanza di ricambio. Tomer ci pensa: «Quando arriviamo al miluim (il servizio della riserva, ndr), in pace e in guerra, niente giochi, siamo un tutt’uno, il verduraio e il professore. L’ethos di cui abbiamo bisogno è con noi: il medico da campo, Israel Weiss, corre in prima linea anche se non è combattente».
Un ufficiale è entrato da solo con un tank a Bint Jbel per salvare i suoi soldati. Il problema è coniugare l’essere uno per l’altro con un Paese capitalista e tecnocratico. La riposta sta sempre negli uomini, spero anche nel movimento che si è appena formato per chiedere le dimissioni di Olmert. Forse Winograd ci ha salvato».