Noi baffuti in cerca di riscatto

Un po’ come l’orso marsicano e la foca monaca. Il baffuto è in via di estinzione. Ma arrivano i nostri, gli americani, presenti e reattivi sempre, comunque, dovunque. Scendono in campo per difendere e rilanciare la categoria smarrita. Si chiama American Moustache Institute, ha sede a St. Louis «la città dei baffi più belli del mondo» ci sta scritto sul sito internet. L’Ami ha tanto di organigramma, un giovane e ovviamente baffuto presidente, Aaron Perlut, responsabili di settore, affari internazionali, amministratori, pi-erre e addirittura un consulente spirituale, il reverendo Michael Trautman e si muove contro la discriminazione che ha colpito in questo secolo i nostalgici e resistenti con peluria sotto il naso, memoria dei favolosi anni Settanta. Insomma il baffo vintage cerca il riscatto, mi unisco al corteo, propongo un pelo-pride, non sarà politically correct ma penso che sia arrivato il momento, prima che il rasoio e il colore giallognolo, quasi un mozzicone di candela, completino il loro tristo lavoro. Resisto alla caduta, ultima pagina del diario di anni liceali, segnale allora di virilità (ehm) e di una maturità poco matura, distintivo comune a brigatisti e borghesi, curvaioli e vip. Le ultime notizie made in Usa, rimbalzate sui giornali inglesi, confortano le speranze. Mezzo migliaio di fedelissimi dell’Ami hanno dato vita allo Stache Bash, una specie di festa del baffo, raduno di popolo a St. Louis e consegna del premio, dopo referendum e scrutinio regolare, a Keith Hernandez, ottima prima base di baseball, due baffi che battono e corrono, il migliore rappresentante sportivo della specie in estinzione. La guerra è aperta da tempo con aspetti drammatici, i baffuti vengono derisi, evitati, spediti dietro la lavagna, confinati in un ghetto, addirittura durante un processo nello Stato dell’Arkansas un avvocato ha fatto espellere un membro della giuria popolare perché osava presentarsi con i baffi in aula. Secondo un sondaggio, oltre la metà delle donne americane si rifiuterebbero di baciare un uomo baffuto, l’irsuto provoca rossori e allergie, ’na schifezza insomma. Secondo una teoria di tendenza opposta, baciare un uomo senza baffi è come baciare un uovo ma qui non voglio crearmi un alibi, a ognuno il suo.
Ormai si vive di nostalgia, ripensando a baffone Stalin e osservando baffino D’Alema, l’ultimo presidente statunitense con baffo fu Roosevelt, l’eventuale elezione di miss Clinton farebbe crollare le scommesse sulla fine del record; ormai si risfogliano le patetiche figurine pallonare con zio Bergomi e barone Causio, roba da spaghetti western confrontate alle zazzere con cerchietto e tatuaggi dei Costantini contemporanei, ormai si riavvolgono le videocassette con la faccia furbastra di Tom Selleck e il suo Magnum PI o il bianco e nero antico di Clark Gable, Groucho Marx, Charlie Chaplin, Oliver Hardy che messi accanto a Brad Pitt, Richard Gere, Stallone e Cruise, sembrano fotografie ingiallite nell’album di matrimoni e funerali. Avrei potuto aggiungere tra i moderni anche George Clooney ma quel bello del lago di Como si è portato avanti con il lavoro, da buon americano, fornendo un assist alla causa: nell’ultimo spot pubblicitario si è mostrato con baffetti alla Fred Buscaglione, ci risiamo con la nostalgia. Sta’ a vedere che ha aperto il fronte mondiale sul quale Maurizio Costanzo ha messo da sempre la bandiera tricolore. Forza Usa, dunque. Uniti alla fine, ce la faremo. Per un pelo.
Tony Damascelli