"Noi Blues Brothers, sempre in guerra contro la disco music"

Il sassofonista Lou Marini, in tournée in Italia, ricorda gli esordi della sua band: "Il nostro nume è ancora Belushi". Il segreto? "Siamo più folli nella vita di come ci avete visto sullo  schermo"

E meno male che quando arrivò nei cinema, nel 1980, gli incassi non furono esaltanti. Poi The Blues Brothers è diventato un film di culto, un’icona, un modo di essere. E non importa se non c’è più il ciclonico John Belushi, o se Dan Aykroyd s’è fatto da parte. La Blues Brothers Band continua a girare il mondo giocando sul divertimento, sul clima surreale tipico della pellicola e sulla buona musica. Ora è la palestra d’ardimento di personaggi come Steve Cropper (per molti un illustre sconosciuto ma considerato il miglior chitarrista di tutti i tempi dopo Hendrix) e il sassofonista «Blue» Lou Marini che con i Blues Brothers ha trovato grande risonanza internazionale come solista. «Ma i Blues Brothers sono la mia vita - ricorda Marini -; la band è nata prima del film dalla nostra voglia di combattere contro la disco music. Eravamo davvero “in missione per conto di Dio”, per rendere attuale il blues senza svilirlo».

La passione (o i dollaroni?) rendono il fantasma di Belushi meno ingombrante. «John era il capo carismatico, tutti venivano per vedere lui, ma ognuno di noi ha trovato il suo spazio. Ora lui è il nostro nume tutelare e noi una grande famiglia. Volete sapere perché abbiamo avuto così tanto successo? A parte le scene degli inseguimenti in auto, la realtà che vivevamo ogni giorno era più esagerata del film. Durante la lavorazione ogni tanto qualcuno ci chiamava supplicandoci di andare a recuperare John Belushi che, completamente ubriaco, aveva bussato alla sua porta chiedendo da mangiare e non voleva più andarsene. Uno di noi, di cui non dico il nome, durante una pausa prese un’auto, partì a folle velocità, venne arrestato e la macchina requisita. Insomma giravamo il ruolo di noi stessi. Tutto era avvolto da un’atmosfera naïf, per questo abbiamo trasformato i classici del blues in spettacolo. Siamo diventati un fenomeno di costume, hanno copiato il nostro modo di vestirci, di muoverci, di confezionare nuovi vestiti alle canzoni. Sweet Home Chicago era un blues melanconico di Robert Johnson e noi l’abbiamo rivestito di gioia e ritmo. Da allora il blues è diventato popolare, anche se magari non piace ai puristi. Ma nel film ci sono giganti come John Lee Hooker, Aretha Franklin, Cab Calloway con la mitica onomatopea aidiaidiaidiai aidiaidiaidio di Minnie the Moocher. Persino i luoghi del set sono diventati storici, come la prigione, che è nell’Illinois e da poco ha fatto da sfondo al popolare serial Prison Break».

Il termine è abusato, ma la Blues Brothers band è un mito. Concerti, festival, accoglienze trionfali in tutto il mondo, e loro sempre lì, a interpretare?! il ruolo dei fuori di testa. L’anno scorso, al Blue Note di Milano, mentre li attendeva un folto e raffinato pubblico, incontrammo Marini e Cropper nei camerini del club che stiravano coscienziosamente la camicia di scena e i pantaloni. «Mi piace essere sempre con la divisa in ordine, come i carabinieri», ricorda oggi Marini, che è di origine italiana e la cui moglie spagnola parla benissimo la nostra lingua. Lui è fatto così; non molla la Blues Brothers Band («torneremo in Italia l’anno prossimo»), prepara un nuovo cd (con tanta elettronica, sarà il soul del futuro», promette) ma da sempre mette il suo sax al servizio dei grandi del rock. «Sono cresciuto ascoltando Coleman Hawkins e Charlie Parker ma quando è arrivato Louis Prima ho perso la testa. Così sono in grado di dare il colore giusto alle ballate di James Taylor, il cantautore più emozionante, alle follie di Frank Zappa o al rock dei Rolling Stones; che bevute e che jam session con Jagger e Richards. Però suono anche musica classica; ho suonato il flauto con una star dell’opera come Angela Gheorghiu».

Insomma «fratello Lou» va solo dove c’è buona musica; per esempio all’elezione di Obama, a Washington, era al sax nella band di Springsteen ma anche, la settimana scorsa, in giro per l’Italia con i nostri Blues For People con cui ha inciso il divertente album O Soul mio, rileggendo in chiave r’n’b brani popolari italiani come L’uva fogarina e ’O sole mio. «Così si comporta un vero Blues Brothers - dice - anche se ormai sono un vecchietto terribile».