«Noi campionesse bambine, distrutte dai farmaci proibiti»

Le storie drammatiche di Nadia Comaneci, Elena Moukhima, Julissa Gomez e Olga Kovalenko

«Ho visto ragazzi ciclisti in gara fare salite ripide con rapporti durissimi filando come dei treni, con gli occhi fissi, e una volta tagliato il traguardo continuare a pedalare come automi perché non se ne erano neanche accorti. Ma mi raccomando, il mio nome non deve comparire. Quelli mi bruciano la casa...». La testimonianza pubblicata da un importante settimanale fece scalpore ovunque, ma non certo nell’ambiente del ciclismo dove la piaga del doping non si è mai rimarginata.
Ma anche nelle altre discipline la situazione non è idilliaca. Lo sfruttamento minorile nel mondo della ginnastica è stato, ad esempio, denunciato dalla giornalista Joan Ryan nel libro Little girls in pretty boxes, uscito negli Usa. La realtà descritta dalla Ryan è terribile: bambine di dieci anni costrette a tredici ore di allenamento al giorno; un giorno di riposo a settimana, appena quattro all’anno. Il fisico esce stremato da questo ritmo infernale: stiramenti, frizioni, compressioni di ossa, cartilagini, legamenti e tendini sono le conseguenze meno gravi; in casi estremi le giovani ginnaste rischiano addirittura l’invalidità e la morte. È accaduto alla sovietica Elena Moukhima, campionessa del mondo nel 1978, rimasta paralizzata dopo un incidente; alla statunitense Julissa Gomez morta nel 1991 a 19 anni, dopo tre anni di coma in seguito a una caduta; alla russa Olga Kovalenko, olimpionica nel 1968 che ha recentemente rivelato che i suoi allenatori la costrinsero a rimanere incinta per poi abortire, in modo da bloccare la sua produzione ormonale.
La federazione cinese è stata inoltre accusata di imporre diete alimentari che conducono all’anoressia. Anche l’ex campionessa rumena Nadia Comaneci ha rivelato che per anni il suo allenatore abusò di lei, oltre ad averla costretta ad assumere sostanze dopanti.