«Noi che con lo stile Napoli vestiamo le star del cinema»

«Si è rotto qualche settimana fa e quindi ha funzionato: un amuleto deve rompersi per proteggerti da qualcosa di grosso». Gianluca Isaia vicepresidente dell'azienda d'abbigliamento maschile fondata dalla sua famiglia nel 1957, risponde così a una scherzosa domanda sul ramo di corallo che da una vita porta al collo con scanzonata serietà. È responsabile marketing di un'impresa così moderna da diventare un modello di business: la multinazionale tascabile, il made in Napoli come valore aggiunto. Per cui quel ramo di corallo stilizzato come un segno grafico rosso riconoscibile tra mille, alla fine è diventato il simbolo di Isaia, un marchio nel marchio. L'abbiamo visto addosso a David Bowie. Stavamo per dirlo a Gianluca ma la notizia dell'amuleto rotto ci fa pensare ad altro: forse il "qualcosa di grosso" da cui doveva essere protetto è l'invidia della concorrenza per gli obiettivi raggiunti. Infatti il brand anche in questo dannato 2009 che rischia di passare alla storia come l'annus horribilis della moda italiana, ha fatturato una trentina di milioni di euro mantenendo sostanzialmente i risultati del 2008 quando si registrò per il secondo anno di fila un aumento del venti per cento sui precedenti ricavi annuali.
Come fate ad andare bene visto che il 45 per cento del vostro export è assorbito dagli Stati Uniti, il mercato più penalizzato del pianeta?
«I tempi sono quelli che sono ma noi ci difendiamo. Comunque non sono del tutto d'accordo su questa tesi, direi piuttosto che l'America è il Paese in cui il sistema bancario ha dato il peggio di sé: la cosiddetta crisi dei subprime è cominciata lì alla fine del 2006. Detto questo per noi gli Stati Uniti erano e sono un mercato cruciale. Abbiamo già uno show room a New York, ma entro l'anno vogliamo aprire anche un negozio monomarca sulla Madison avenue, tra la 60ª e la 70ª strada, dove ci sono le boutique delle grandi firme italiane».
Molti marchi del made in Italy stanno andando a produrre all'estero dove il costo del lavoro è inferiore, voi continuate a fare tutto qui?
«Saremmo pazzi a non farlo: dobbiamo gran parte del successo al nostro essere italiani, anzi napoletani. Con altre aziende del settore tipo Kiton oppure Attolini, noi abbiamo esportato nel mondo il concetto del Made in Napoli, cioè la grande tradizione sartoriale della nostra città. Andare a produrre altrove è inconcepibile. Tanto per dare un'idea lo stabilimento Isaia ha sede a Casalnuovo, un paese alle porte di Napoli dove la metà degli abitanti sono sarti di professione».
Non è il paese dove recentemente hanno arrestato un boss della camorra latitante?
«Anche, ma non è solo quello così come Napoli non è solo immondizia e degrado: purtroppo abbiamo il peggio, ma per fortuna anche il meglio di tante cose. Certo ignorare i problemi mi sembra sbagliato e controproducente, noi stessi nel pieno dell'emergenza rifiuti abbiamo fatto le vetrine del negozio di Firenze con i sacchi della spazzatura. Ma allo stesso tempo bisogna anche essere fieri di quel che sappiamo fare, soprattutto all'estero dovremmo parlare delle nostre qualità oltre che dei nostri difetti».
Perché un uomo dovrebbe scegliere Isaia tra tanti marchi di lusso?
«Per tanti motivi. Ad esempio noi non usiamo mai fibre sintetiche: abbiamo una strepitosa ricerca sui tessuti naturali che danno anche grandi prestazioni tecnologiche. Penso al nostro celebre Aquacashmere che ormai è un classico, oppure al 100% Babyhair, un mohair ottenuto dalle prime due tosature dei capretti d'angora talmente speciale da essere naturalmente ingualcibile e con un altissimo indice di coibenza termica. Noi facciamo il blazer Aqualight in una mischia di lana e seta così leggera da avere addosso lo stesso peso di un cotone da camicia. E ultimamente stiamo sviluppando l'utilizzo della pecora nera per ottenere certe sfumature dal marrone al cammello senza utilizzare le tinture. In più conosciamo e utilizziamo tutti i trucchi della sartoria napoletana, la migliore del mondo. Non è un caso se a vestire Isaia sono uomini come Matt Damon oppure Hugh Jackman, il bellone di Australia che in questi giorni sta interpretando una pièce teatrale a Broadway con Daniel Craig».