«Noi chiamati a rispondere a un quesito impossibile: dove inizia e finisce la vita»

Cara Eluana,

mi rivolgo a te, che potresti essere - e in questo momento certamente lo sei - la figlia di tutti gli italiani, di tutti noi sgomenti e irresponsabili, eppure incaricati di rispondere a una domanda impossibile: decidere dove inizia e dove può finire la vita. Ti voglio raccontare quello che sta succedendo dalle nostre parti, così vicine e prossime al tuo lettino di bella addormentata.
Carissima ragazza, ci hai costretto a riflettere \ sul senso dell’esistenza, ci fai meditare sulla dignità dell’ultima fase della vita nostra e di quella dei nostri cari... Pensiamo anche a tutti quelli che abbiamo lasciato andare - senza sondini e accanimenti - per pietà, certamente molti mesi, giorni, ore prima che si chiudesse il loro tempo vegetativo. I buoni cristiani - e quasi tutti lo diventiamo alla vigilia del passaggio fatale - escono di scena spesso invocando la nuova vita soprannaturale, l’abbraccio paterno del dio che dovrebbe accoglierli, la quiete della vita eterna.
Chiedono, come l’ultimo papa defunto, «lasciatemi andare», sono sereni o almeno cercano di esserlo... Se prevalesse - nel nome tuo, incolpevole e povera donna mai cresciuta veramente - la linea della vita a tutti costi, molti di noi penserebbero con un profondo senso di colpa a quella cura non somministrata, a quel ritorno a casa con morfina, a tutte quelle volte che abbiamo, consapevoli, strappato al destino del morto vivente una persona ammalata. Se vincessero gli estremisti del minuto in più, i cosiddetti malati terminali potrebbero in un futuro diventare malati infiniti. Dovremmo trattenerli qui, con tutti i mezzi. Fra noi per sempre, intubati e attoniti, ma vivi? Parliamo di te, pensiamo a noi.
Pochi lo raccontano volentieri, io te lo sussurro nell’orecchio: in queste ore - chissà se questo è merito di tuo padre, della sua onesta e sincera battaglia, penso proprio di sì - ciascuno di noi umani parlanti sta implorando genitori, figli, amici medici di non essere mai come te, condannata a restare fra noi anche oltre l’amore, oltre la ragione, oltre quella che noi chiamiamo vita.
Intanto, sempre in nome tuo, i più grandi studiosi del diritto, della teologia, della scienza biologica e medica, si interrogano. Non riescono, tuttavia, a darci una chiave interpretativa che non ci lasci disperatamente vuoti: se dicessero di spegnerti, saremmo infelici altrettanto.
Di più? Non esistono leggi umane che possono regolare l’istinto vitale: c’è chi, come Welby, ha implorato la morte, c’è chi ha voglia di restare e di sperare. Chissà chi potrà mai leggere nei tuoi desideri. Fra le persone a me più care c’è un ragazzo veneto di nome Paolo che è tornato da un lungo coma: si è rimesso a studiare, si è laureato, lavora, si muove e comanda la sua vita pur essendo bloccato dal collo in giù.
\Il tema del ritorno dopo un viaggio nel nulla è dentro di noi, fortissimo. Ci chiama, anche se siamo persone comuni. Tutti, laici e cristiani, dovremo trovare parole nuove, risorse forti. Migliaia di famiglie, miracolate (o condannate) dalle scoperte scientifiche, chiederanno aiuto. A chi? Ai medici, prima di tutto, che saranno costretti a compiti e a responsabilità mai immaginati prima: accendere e spegnere la vita (come si fa in silenzio tutti i giorni negli ospedali con chi è solo o non ha padri coraggiosi come il tuo, bellissima Eluana) non sarà più un necessario gesto clinico, ma un evento mediatico-politico-giudiziario.
Comunque vada, nessun verdetto potrà darti quel sollievo, quel lieto fine che una società complessivamente e laicamente terrorizzata dalla morte vorrebbe imporre sempre. Il quesito che ti riguarda sta sconvolgendo gli italiani. \Si sta giocando attorno a te, al tuo lunghissimo non-esserci, al tuo corpo bloccato da diciassette anni, una partita dura, difficile, spesso anche ipocrita. Probabilmente non ci sarà un finale, ma tanti finali diversi, unici come uniche sono le nostre esistenze e le nostre famiglie. Se tornassi, anche solo per un attimo, fra noi, scopriresti che la tua non-vita ci ha regalato milioni di sensazioni e di emozioni irripetibili, molto più grandi delle dispute giuridiche e teologiche. Volevo solo dirtelo, ringraziarti. Nulla di più.