Ma noi ci siamo fatte scippare i fornelli

«Tremate, tremate, le streghe son tornate», gridavano le femministe degli anni Settanta. A molti questo slogan sembrava legato a una generica aggressività contro i maschi, invece si trattava di un riferimento storico preciso: si sa che spesso la figura della strega era associata a conoscenze magiche attribuite alle donne che sapevano curare con le erbe. Queste competenze terapeutiche probabilmente derivavano dall'esperienza femminile di raccolta e ricerca di cibo, e poi dalla pratica della cucina, dalla paziente selezione della materia prima e dalla sua elaborazione nella cottura. Le virtù di erbe e infusi, di rimedi empirici per guarire uomini, bambini e animali malati costituivano un patrimonio conoscitivo che in seguito è stato delegittimato, scisso dal sapere riconosciuto, e contrapposto alla verità scientifica.
Eppure, dopo aver riabilitato le povere streghe, dopo aver rivendicato la continuità di quella tradizione, le donne hanno permesso che altri se ne appropriassero. Questa sottrazione di competenze stato un furto con destrezza, di cui poco ci siamo accorte, e che talvolta abbiamo accettato persino con sollievo.
La cucina di routine è sempre più veloce, sommaria, semplificata, e perde ogni giorno di più il legame con la tradizione regionale e familiare. Si tende a risolvere il pasto di mezzogiorno con panini e snack, si mangia sempre meno a casa, si fa ricorso in modo massiccio a prodotti pronti o surgelati. Altro è il discorso per la cucina come piacere raffinato, come sapienza distillata. Mai come oggi la tavola (non parliamo dei vini) è stata affare degli uomini, che si vantano di essere esperti cuochi, raffinati ricercatori di prodotti di nicchia, intenditori di vini, formaggi, salumi. Si parla moltissimo di cucina, si sperimentano tradizioni esotiche, ci si spinge fino alla esibizione in tivù, come fece D'Alema con il suo risotto da Bruno Vespa. Ogni politico che conti, ogni salotto, ogni evento mondano necessita del Grande Cuoco, che è in genere un uomo. Ancora una volta le donne devono reimparare dai maschi qualcosa che apparteneva loro totalmente, conoscenze per anni gelosamente custodite e tramandate in ricettari segreti. Naturalmente, uscire dal ruolo coatto di angelo del focolare, laddove il focolare era inteso anche in senso letterale e non metaforico, come faticoso lavoro di fuochi e padelle, è stata anche una liberazione. Ma com'è che appena la cucina non è più appannaggio esclusivo delle casalinghe diventa preziosità culturale, esibizione di competenze raffinate e di creatività?
Talvolta, nella letteratura o nel cinema troviamo ancora tracce del fascino delle antiche ricette, dei segreti femminili della cucina e dei suoi poteri, basta ricordare Come l'acqua per il cioccolato, Il pranzo di Babette, Chocolat. Le alchimie e i rituali dei fornelli, in queste storie, possono dare la felicità, sedurre e incantare, persino cambiare il carattere, i rapporti, la disposizione d'animo nei confronti degli altri. Più banalmente, nella realtà la tradizione culinaria femminile ha contribuito a formare il senso di identità, l'attaccamento a luoghi e radici, e a fissare in ciascuno, per sempre, il mito dell'infanzia. Il cibo preparato e offerto dalle mani materne era sempre il più buono, perché costituiva il segno tangibile di una cura disinteressata. Nutrimento reale e spirituale si confondevano, e ogni cibo materno era nutrimento affettivo. Le donne hanno in gran parte abbandonato questo potere, troppo faticoso e totalizzante, e troppo fuori sincrono con i tempi e i ritmi della quotidianità contemporanea. Una volta entrate nel mondo dell'occupazione, abbiamo dovuto rinunciare, almeno in parte, a cucinare, perché i tempi del lavoro sono costruiti per uomini che hanno qualcuno che si occupa dei figli, della casa, dei pranzi e delle cene: in una parola, per uomini che hanno mogli. Le donne che lavorano non hanno moglie, e dunque si sono dovute arrangiare, tagliando i tempi, ricorrendo ai surgelati o ai panini. E adesso dovremmo anche sentirci in colpa? No: forse dobbiamo solo esprimere le nostre richieste con più forza, chiedendo che si attuino politiche familiari e del lavoro che tengano conto delle donne, che diano valore e spazio alla maternità e alla cura. E naturalmente, alla cucina di casa, quella fatta con amore.