Noi, condannati all’invidia Anche se vivessimo da soli

Un sondaggio svela: il giardino primo motivo di gelosia tra vicini di
casa La ricchezza non c’entra: è un veleno irrazionale. Ma un rimedio
esiste...

Anche se vivessimo solitari in un eremo di montagna, finiremmo per essere invidiosi: magari non di qualcuno che appartiene al nostro genere umano, ma degli uccelli che volano liberi nel cielo, dei camosci che saltano agili tra le rocce. Ma è proprio invidia questa, oppure il sogno di essere ciò che non si è? L’invidia è un’altra cosa, si manifesta all’interno del gruppo dei simili perché è un sentimento che ha bisogno di ancorarsi alla realtà per esprimersi. Non si invidia il miliardario: certo, si dirà «beato lui», ma quel ricco vive su un altro pianeta e non ci sono termini di confronto.

Quando l’invidia esplode tra i condomini dello stesso stabile per le cose più futili, non la si può paragonare a quella dell’eremita che sogna di essere un’altra cosa; l’invidia tra i vicini non stimola a pensare in grande, a immaginare diversamente la nostra vita, ma ad avere piccole cose funzionali al nostro modo d’essere: è un sentimento che mette in luce la nostra grettezza.

Dall’indagine di immobiliare.it sui motivi d’invidia - da prendere con le molle come tutte le indagini di questo tipo - ci si accorge quanto siano risibili i motivi che generano una persona invidiosa: il primo è il giardino. Ma sono motivi risibili e futili in astratto: come si può essere infatti invidiosi di un giardino? ci chiediamo. Eppure, se per qualunque ragione siamo coinvolti in una dimensione esistenziale, pratica, in cui abbiamo a che fare con il giardino dell’altro, oppure con le finestre di chi ci sta di fronte che deve chiudere le tapparelle perché entra troppo sole, mentre dalle nostre non ne entra una briciola, si capisce che questi non sono più motivi banali, ci toccano da vicino, ne veniamo coinvolti. Scatta l’invidia. Tuttavia siamo sempre propensi a credere che sia la ricchezza il fondamento da cui sorge l’invidia. Per esempio, è comprensibile che il poveraccio che tira a campare provi invidia per il ricco che ha in casa il maggiordomo.

Mentre non sembra credibile il miliardario quando, in un momento di sconforto, dice che si sostituirebbe volentieri con chi passa la giornata seduto a leccarsi il gelato su una panchina del parco con pochi centesimi in tasca, perché non ha tutti i problemi che affliggono lui. Eppure, in entrambi i casi, c’è uno stesso denominatore comune: un desiderio di trasformazione profondo, di cambiamento radicale della propria identità. Questo sogno di uscire da se stessi è sempre una chimera che ci fa anche bene all’anima, come è bello ed edificante sognare ad occhi aperti. L’invidia, invece, corrode la nostra vita, ci rende repressi o aggressivi, così infatti la spiega Dante che caccia all’inferno gli invidiosi.

E non è la ricchezza - almeno non è il fondamentale elemento scatenante - che genera l’invidia. S’invidia il collega di lavoro, non il grande manager dell’azienda; si invidia chi sta facendo la gara nella nostra stessa categoria di vita, non il fuoriclasse. Quando non ci si libera da questo sentimento si vive male.

C’è un rimedio per non penare, tenuto conto che l’invidia non smetterà di accompagnarci e che solo le persone false dicono di non essere invidiose? Il rimedio ce lo ha dato Goethe: ci consiglia che l’unico modo per non invidiare gli altri è amarli. Semplice, vero?

Quasi una provocazione nei confronti di noi meschini fatta da uno dei più grandi geni di tutti i tempi.

Eppure è una provocazione che davvero potrebbe aiutare. Cosa suggerisce, infatti, Goethe? Di trasformare l’invidia in emulazione. Insomma, si deve fare appello alla saggezza con cui si riesce a cambiare il segno negativo in uno positivo.

Dunque, incominciamo il ragionamento tutto da capo. Ho un giardinetto spelacchiato: sogno un giardino esuberante come quello della reggia di Versailles. Lasciatemelo sognare! Non faccio male a nessuno e quel desiderio irrealizzabile non mi rende aggressivo con nessuno. Semmai mostra la mia capacità di comprendere e distinguere le cose belle.

Adesso, invece di sognare Versailles, confronto il mio giardinetto con quello del vicino che ha fiori magnifici ed erba tagliata all’inglese. Lo invidio da morire, la qualità di quel giardino mi deprime. Decido di reagire alla depressione con aggressività: di notte scarico una tanica di diserbante sui fiori e sull’erba del vicino. Così impara: impara a non essere migliore di me. È chiaro che siamo in competizione, e io sono chiaramente inferiore a lui. Allora, invece di invidiarlo facendomi del male o facendo del male, penso alla massima di Goethe che ho letto poco fa. Senza dover proprio amarlo, vado dal vicino, mi faccio spiegare che semi usa, quale concime... accetto la mia inferiorità e sono pronto a migliorarmi. Va a finire che dopo qualche mese ho un giardino più bello del suo.

La morale è che in questo mondo di poveri invidiosi bisogna guardarsi da chi ha letto con intelligenza Goethe: da un momento all’altro ti può fare le scarpe... naturalmente con amore.