"Noi dell’avamposto di Fort Alamo"

La testimonianza di un veterano di surobi: "Fino a ieri non ci avevano mai sparato addosso. Ma sapevamo che la valle era pericolosa e frequentata dagli uomini di Al Qaida"

«Lo chiamano Fort Alamo, ma noi non stiamo chiusi dentro. Si esce in ricognizione con la polizia o l’esercito afghani e si va soprattutto nei villaggi ad aiutare la popolazione. Sappiamo che ci sono elementi ostili in giro, ma siamo addestrati per questo genere di missioni». Lo racconta in esclusiva al Giornale un veterano dell’Afghanistan, che nell’avamposto dei nostri soldati a Surobi è arrivato fra i primi alla fine di novembre. «Il maresciallo Pezzulo, che è caduto, lo ricordo bene. Sempre sorridente, tranquillo, con una grande esperienza alle spalle – dice il testimone dalla prima linea –. Siamo usciti più di tre volte assieme. Lui seguiva i progetti di ricostruzione. Poteva essere una moschea da ristrutturare, pozzi per l’acqua o banchi per le scuole».

La task force Surobi è composta da circa 150 uomini, in gran parte ranger del IV alpini e paracadutisti del 185° reggimento acquisizione obiettivi della brigata Folgore. «Viviamo in una piccola base circondata da escobastian (cilindri pieni di terra contro gli attacchi kamikaze) dentro dei container alloggio con cinque brande ciascuno. Di notte fa freddo, ma dominiamo la valle di Surobi in mezzo ad alte montagne. È un bel posto in fondo», racconta il veterano dell’Afghanistan. «La valle di Uzeebin, dove è avvenuto l’agguato, sapevamo che era ostica. I poliziotti talvolta parlavano della presenza di Al Qaida e in altri casi di faide fra tribù», spiega il militare italiano. Nelle valli vicine, fuori dalla competenza italiana, ma infestate dai talebani, gli americani pestano duro. Spesso si sentono i caccia della Nato mentre sfrecciano in picchiata a bombardare. «Fino a ieri non ci avevano mai sparato addosso. Solo una volta durante una ricognizione a Surobi abbiamo sentito il sibilo di tre razzi che hanno colpito il commissariato di polizia», racconta la fonte del Giornale. Il giorno dopo gli alpini paracadutisti hanno appoggiato gli agenti afghani per scoprire da dove i talebani avevano lanciato gli ordigni. I nostri non mollano mai neppure a Natale. «Solo al Nowroz, il capodanno afghano, abbiamo accettato l’invito del malek, un capo villaggio, per festeggiare. Ci hanno fatto assistere allo sgozzamento rituale dei montoni. Siamo rimasti piacevolmente in mezzo alla gente, ma per rispetto abbiamo preferito non entrare in moschea», racconta il testimone. Il mullah che li ha accolti è minacciato perché tiene prediche contro i talebani.

«Le missioni come quella del conflitto a fuoco di ieri prevedono l’assistenza sanitaria agli afghani – racconta il militare italiano –. I nostri medici visitano gli abitanti o il veterinario si occupa degli animali. Facciamo diagnosi e distribuiamo farmaci». Una volta è capitato che un ufficiale medico degli alpini paracadutisti ha addirittura visitato delle donne. «Si sono alzate il burqa e l’importante era non guardarle dritto negli occhi - ricorda il veterano dell’Afghanistan –. Andare in mezzo alla gente è l’unico modo per farsi accettare. Anche se può essere pericoloso bisogna continuare a farlo, nel rispetto di chi è caduto».