Noi e gli eroi letterari, figli dello stesso dolore

Come sostiene Siegfried Lenz, i personaggi dei romanzi diventano veri
solo quando il loro destino coincide con le nostre esperienze
personali. E così, leggendo Roth, si rivive la scomparsa del proprio
amato papà

I personaggi della letteratura «contengono l’intera esperienza del mondo e del cuore umano», ha detto il grande scrittore tedesco Siegfried Lenz ricevendo il premio Nonino, pochi giorni fa. Ma, ha aggiunto, «diventano veri solo nel momento in cui il loro destino coincide con il mio dolore e con la mia nostalgia, con la mia esperienza personale e con le mie cognizioni». È una verità non così ovvia come sembra, e che risulta tanto più ineluttabile di fronte a uno dei maggiori drammi della vita: la perdita dei genitori.
Leggendo Patrimonio, di Philip Roth (Einaudi) ho rivissuto la morte di mio padre in quella del suo. Stati d’animo uguali, dolori e vergogne che sentivo e che non avrei potuto raccontare come ha saputo fare lui. Tanto da rimanerne, insieme, sgomento e sollevato. La lentissima scomparsa di mio padre - per cancro, ormai più di quindici anni fa – fu anche per me l’angoscia di visite mediche che via via davano sempre meno speranze, e sempre più si affacciavano sul vuoto dell’ineluttabile. Lui fingeva di non sapere, non voleva sapere, ma la sua decadenza fisica diventava ogni ora più implacabile. Sapendomi favorevole all’eutanasia, un giorno fece un lungo e faticoso discorso, che avrebbe voluto sottilmente allusivo, per dirmi che – invece – lui no. È facile dirsi «favorevoli all’eutanasia», finché non si tratta di chi ti ha dato la vita, e non voglio neanche pensare se si trattasse di un figlio.

Il babbo perdeva ogni giorno quella che Roth chiama «retta e distesa Verticalità». Insieme perdevamo «la linea maschile, intatta e felice, in ascesa dalla nascita alla maturità». Diventava ogni giorno di più il mio bambino, come oggi lo è mia madre. I muscoli si svuotavano, le pieghe del viso diventavano sempre più straziate, gli occhi chiedevano qualcosa che non aveva risposta. E ogni giorno il mio desiderio che quello sgomento finisse al più presto si scontrava con l’impossibile bisogno di renderlo immortale, di ridare io, a lui, la vita.
Una notte di luglio, sembrava avere ripreso conoscenza. Gli tenevo un braccio intorno al collo, la mano poggiata sulla spalla magrissima. Accanto a noi c’era la mamma, che – come me – non si era rassegnata. Erano nati a nove giorni di distanza, nello stesso paesino, e erano stati battezzati insieme. Il loro amore cominciò lì, al fonte battesimale. D’improvviso il babbo mi guardò, uno sguardo stupefatto, sospirò, chiuse gli occhi e reclinò il capo.

Cominciò, più che il lutto, il rimpianto dei discorsi non fatti, delle incomprensioni irrisolte, del nipote che desiderava tanto e non gli avevo dato. Tutto ciò senza speranza di riscatto, nell’affollarsi dei ricordi. Questo era il vero dolore.

La morte di babbo Ebo, così si chiamava, mi ha almeno costretto a tentare di non ripetere gli stessi errori con mamma Gina, che oggi ha novant’anni, e pigola di gioia per tutta la nostra telefonata quotidiana. Sta bene – benissimo, vivaddio – ma ormai ho dovuto accettare che non è immortale. Mi preparo, come lei si prepara, senza che ce lo diciamo. Per questo ho letto con passione e struggimento vero il libro di Alain Elkann, appena uscito da Bompiani, che racconta la morte di sua madre: Nonna Carla. Un libro molto diverso da quello di Roth, più diaristico che romanzesco, ma che proprio per questo finisce per colpire ancora più a fondo sentimenti e stati d’animo. E fa venire l’atroce timore che, per quanto accorti, per quanto messi in guardia dall’esperienza, si finisca per ripetere sempre gli stessi errori.

Donne diversissime, Carla e Gina, eppure tratti comuni («Chi pagherà l’ospedale?», «Non vendete la nostra casa») e uguali angosce nei figli: la certezza di non averle amate quanto loro hanno amato noi, di non aver loro permesso di entrare nella nostra vita adulta quanto avrebbero voluto e meritato. Tutto, in prospettiva, sembra un ricordo di rancori infantili, di rivalse bambinesche. Soprattutto il peso di non confidarsi abbastanza, di tenerle, in fondo, ai margini della propria vita, come per un desiderio di punirle di qualcosa: del troppo amore che ci hanno voluto. «Non ho mai accettato», scrive Elkann, «di concederle le piccole soddisfazioni che mi chiedeva, e oggi mi dispiace, mi fa sentire stupido».

In questa frase ho ritrovato un rimorso che non c’è più tempo per recuperare davvero. Ma un poco, almeno un poco, forse sì. Ecco la lezione della letteratura di cui parlava Siegfried Lenz: i personaggi dei libri diventano veri solo nel momento in cui il loro destino coincide con il nostro dolore e con la nostra nostalgia, con la nostra esperienza e con le nostre cognizioni. E noi, grazie a loro, forse non diventiamo migliori, ma ci guardiamo allo specchio, alla ricerca di qualcosa che ci renda migliori di loro e di noi stessi.
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