«Noi, ex medici di Emergency che ora lavoriamo in silenzio»

da Magenta (Mi)

«Bisogna essere portati per far chiasso. Per far sapere al mondo che cosa si sta facendo e per chi lo si sta facendo. E poi, diciamo la verità, il protagonismo aiuta. Serve a raccogliere fondi. Solo che Gino Strada... sì, insomma, solo che io la penso diversamente... Preferiamo io e gli altri, continuare a fare il nostro lavoro in silenzio. Non siamo certo Emergency, siamo in pochi, ma è come se la nostra fosse una famiglia. Uniti. Una decisione la prendiamo tutt’insieme non c’è qualcuno che ce la impone».
Secondo piano dell’ospedale di Magenta, la dottoressa Marina Cornacchiari, nefrologa, è in pausa pranzo e si concede cappuccino e brioche. Una laurea in tasca da 19 anni e la voglia di investire nel sorriso degli altri. Dei più scalcinati, dei più dimenticati. Di chi rischia di morire sul campo ogni giorno. Anche se il campo non è un campo di battaglia. Anche se il nemico non sono le bombe e le mine antiuomo ma, per esempio, un parto cesareo che diventa una montagna insormontabile se non si hanno le armi e l’istruzione giusta per farlo. O la bilarziosi, provocata da un verme dell’acqua che, in Madagascar fa gonfiare la milza, fino a farla scoppiare infettando mortalmente chi ne rimane contaminato.
Il Madagascar. Basta solo pronunciarlo e gli occhi della dottoressa scintillano dietro le lenti. Illuminano di soddisfazione quel camice bianco immacolato. Amore a prima vista, il Madagascar. Quando, appena laureata, nel 1988, decise di passarci sei mesi. Nel sud, vicino a Ihosy. Terre battute solo da missionari capaci di spaccar pietre e metter le mani dentro il motore di un trattore. Missionari capatosta come padre Eugenio Schenato. O chirurghi come Marco Sanlorenzo che aveva deciso di traslocare laggiù.
E subito Marina fa la scoperta più bella: quella di sentirsi stanca o meglio a pezzi per aver fatto tornare il sorriso a qualcuno. Sensazioni che la dottoressa Cornacchiari insegue anche in qualche missione (Kurdistan e Cambogia) con la casacca di Emergency («Un ottimo medico Strada, ma la prego non mi faccia dire come e perché ho mollato la sua associazione...»). Fatto sta che, incassata la delusione, poi non salta più un appello del suo Madagascar. Che è diventato anche il Madagascar di Mariangela Poma e Mauro Magugliani, uniti nel matrimonio e nella professione, entrambi infermieri professionali, all’ospedale di Magenta, così come di Katia Lasagna, tecnico di laboratorio o di Loredana Cucchi ginecologa. «Sette anni fa le suore di Isoanala, 200 chilometri da Ihosy ci hanno lanciato un Sos: avevano costruito un piccolo ospedale, o qualcosa di simile visto che non avevano né personale che lo mandasse avanti, né attrezzature. Così ci siamo buttati in quell’impresa che nel 2001 è diventato un progetto attorno al quale si è coagulata la nostra associazione: Health and Teaching for Africa. Ora quel piccolo ospedale è una realtà. Con uno staff interamente malgascio che abbiamo istruito e noi che li affianchiamo, sei-sette tra medici e infermieri, ogni anno».
Energie, ferie e persino qualche periodo di aspettativa se scoppiano emergenze. «Stare laggiù è un’esperienza che ti spiazza - aggiunge Mariangela Poma - perché il contatto con quella gente che, pur povera e disperata, si preoccupa di ricambiare il tuo aiuto con tanto affetto, è davvero toccante. Io e mio marito non abbiamo mai avuto un ripensamento. E i nostri racconti devono essere contagiosi, visto che altri colleghi, qui in ospedale ci hanno chiesto di unirsi al gruppo». E così la piccola associazione (www.htforafrica.org) che dal prossimo anno diventerà Onlus, non solo si impegna a mantenere a pieno regime, con la sala operatoria e i suoi trenta posti-letto, l’ospedale di Isoanala ma si propone, entro la fine del 2008, di aggiungervi un altro reparto con otto posti-letto riservati ai bambini.
Già i bambini. Se gli adulti lottano con il verme dell’acqua, Marina e gli altri colleghi li rimettono in piedi. Se la peste, il colera, la lebbra sono storie di tutti i giorni, c’è il confronto con la denutrizione e con la disidratazione, che sembra non finire mai, anche in quello scampolo di Africa. Per fortuna che c’è la fiaba di Buba a rincuorare Marina, Mariangela e gli altri. La storia di un bimbetto di tre anni, divenuto cerebroleso per la disidratazione, che qualcuno aveva mollato sull’uscio dell’ospedale. L’hanno curato quei tipi in camice bianco che non amano spiattellare ai quattro venti ciò che fanno.
E la sua famiglia, che l’aveva abbandonato al suo destino perché, secondo le regole tribali un handicappato non può sopravvivere, ha invece deciso di tenerlo, di farlo crescere con l’amore che merita. «Ecco, Buba - dice Marina - ci fa capire che dobbiamo andare avanti. Che siamo sulla strada giusta». Strada? Solo un modo di dire...