«Noi, figli di una generazione isolata»

«L’integrazione a Milano? Potrebbe essere migliore rispetto alla Francia e a Parigi, dove si paga lo scotto di una politica che per troppo tempo ha preferito nascondere la testa. La vostra città si trova davanti a una grande sfida. Avendo voi un’immigrazione più recente, potete trarre insegnamento dai nostri errori». Parola di Ahmed Djouder, nato in Lorena nel 1973, di casa a Parigi, di passaggio a Milano per presentare «Disintegrati. Storia corale di una generazione di immigrati» (Il Saggiatore, pagine 128, euro 12), un libro-pugno-nello-stomaco che cade a fagiolo in un momento in cui anche l’Italia, storicamente tollerante e aperta, comincia a manifestare sempre di più sentimenti di ostilità, soprattutto nei confronti degli stranieri che osservano culti religiosi diversi (Islam in testa). E sono davvero dei «disintegrati» gli immigrati descritti da Djouder, ragazzi di seconda e terza generazione, i cosiddetti boeurs, che subiscono in pieno lo scarto tra due identità e culture? Quello di Djouder, musulmano di origine algerina, figlio di un operaio e di una casalinga, è lo sguardo disincantato di chi non intende dispensare ricette ma che non si sottrae a radiografare una realtà così complessa.
Lei fa un ritratto impietoso dei vostri genitori.
«I nostri genitori non sono buzzurri. È solo che nessuno ha insegnato loro a desiderare, a sapere, a conoscere. I nostri genitori non giocheranno mai a tennis o a golf. Non andranno mai a sciare. Non mangeranno mai nei ristoranti raffinati. Come scrivo nel libro, ci intristiscono, non hanno orgoglio. Ma questo fa soffrire anche noi figli».
Non sono riusciti a integrarsi?
«Credono solo nella famiglia. Nel peccato. Nei soldi. Nel risparmio. In Allah. Nel dolore. Non sanno che cosa sia il riposo, neanche quando dormono. Non staccano mai. Sono terrorizzati da tutto, non sanno niente del mondo. Se li guardaste negli occhi vedreste la loro disperazione, la loro paura di vivere».
Come fate ad andare d’accordo?
«Non è facile. Basta guardare le nostre madri, sono delle donne belle, solo che invecchiando ingrassano. Per la depressione. Hanno molti rimpianti, a vent’anni sarebbero potute diventare infermiere o quant’altro se i loro padri non si fossero opposti».
E le figlie?
«I trucchi e i vestiti troppo corti sono un problema. I nostri genitori devono ricorrere alle maniere forti, dall’obbligo di praticare la religione alla reclusione. Le donne non devono uscire dopo una certa ora, la paura peggiore è il disonore. L’amore e il sesso sono tabù, tranne che all’interno del matrimonio. È colpa della repressione sessuale. La televisione ha dato ai nostri genitori i primi rudimenti di libertinaggio...».
E i giovani?
«I francesi non hanno capito che di fronte alla sofferenza dei genitori soffrono a loro volta. E si rivoltano. Alcuni prendono la strada della Moschea, altri cercano nuove vie di uscita. Vedremo cosa ci riserva la politica che ha una responsabilità enorme. Sono importanti le intenzioni su un tema che - nel bene e nel male - paga in termini elettorali».