"Noi, figli di Provenzano, assolviamo il papà"

Lo sfogo: "Spiati per 14 anni, abbiamo vissuto come al Grande Fratello nel più lungo reality della storia". Poi si dicono infelici e perseguitati: "che c'entriamo noi con le sue colpe? Ci hanno tolto il lavoro e le borse di studio. Siamo forse persone di serie B?"

Roma - Uno davanti l’altro. In silenzio. Nello studio dell’avvocato Rosalba Di Gregorio, difensore del Padrino insieme al legale Franco Marasà, ecco Angelo e Francesco Paolo, figli del capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Il primo ha 33 anni, diplomato, fa il rappresentante di liquori dopo che lo Stato gli ha confiscato la lavanderia di famiglia a Corleone. Il secondo di anni ne ha 26 anni, ad oggi disoccupato, noto alle cronache per aver vinto una borsa di studio come «lettore» in un liceo tedesco, a cui ha dovuto rinunciare per le polemiche sollevate sull’opportunità che un Provenzano, seppur incensurato, potesse rappresentare l’Italia all’estero.

Perché questa decisione di rompere il riserbo e parlare?
«Abbiamo accettato di rilasciare questa intervista anche per una sorta di crisi d’identità nei confronti di questo Stato che sosteneva che con l’arresto di nostro padre, il Male Assoluto, l’uomo che ha bloccato la crescita di un intero Paese, Cosa Nostra sarebbe stata finalmente e definitivamente sconfitta. Dopo il suo arresto, invece, le cose continuano ad essere come prima. La mafia c’è ancora, e noi, suoi figli, continuiamo a essere oggetto di gossip e mascalzonate anche sui giornali con rivelazioni sulla nostra vita privata che niente c’entrano col diritto di cronaca. Noi chiediamo solo...»

Cosa?
«... di essere lasciati in pace. Perché si accaniscono su di noi? Che c’entriamo? Ci viene il dubbio che papà, pur con le responsabilità che i tribunali hanno ritenuto di riconoscergli, col tempo sia diventato una sorta di coperchio da non sollevare per lasciare dentro la pentola ben altri segreti».

Vostro padre è al corrente di questa intervista?
«Nostro padre è nostro padre, noi siamo noi. Non ne sa nulla. L’abbiamo incontrato l’altro ieri nel carcere di Novara e abbiamo parlato d’altro. La decisione è stata presa per una serie di motivi».

Il principale?
«Lo accennavo all’inizio. Noi figli di Bernardo Provenzano vogliamo vivere la nostra vita. Capiamo il lavoro dei media, possiamo anche capire, ma non giustificare, l’attenzione morbosa nei nostri confronti fino a quando mio padre era latitante. Ma ora che è stato arrestato, anche noi abbiamo diritto a vivere come un qualsiasi cittadino. C’è una sfera intima che va rispettata. Se in un certo senso può non valere per personaggi dello spettacolo che hanno deciso di vivere sotto i riflettori, per chi è diventato personaggio suo malgrado e senza alcun merito, come noi, il rispetto dev’essere assoluto».

Chi sono Angelo e Francesco Provenzano?
«Semplicemente i figli di nostro padre. Noi esistiamo perché lui esiste, è lui che ci ha messo al mondo».

Il pm Ilda Boccassini chiese alla figlia di Totò Riina di dissociarsi dal padre...
«Se qualcuno dovesse chiederci di rinnegare papà, risponderemo di no. Ma come si fa solo a pensare una cose del genere? Bernardo Provenzano è nostro padre, e allora? Basta questo per essere considerati figli di serie B? E pensare che in tanti, di diverse strutture, ci chiesero una collaborazione, pure remunerata, per “tradire” papà».

State dicendo che questo Stato fa ricadere su di voi colpe che non vi appartengono?
«Solo per essere figli di Bernardo Provenzano per molto tempo non abbiamo avuto diritto a un lavoro. Faccio un esempio: ci hanno sequestrato la lavanderia, attraverso la quale noi vivevamo, quand’è provato che non era stata acquistata col frutto dei soldi della mafia. E noi ci siamo ritrovati senza lavoro dalla mattina alla sera. Papà ha fatto la sua vita, noi abbiamo fatto la nostra. Due cose diverse. Dopo quel sequestro io e mio fratello siamo stati costretti a inventarci un lavoro autonomo. A fatica, travagliamo (lavoriamo, ndr). Io (Angelo, ndr) vendo vino, io invece (Francesco, ndr) fino a poco tempo fa ero impiegato in un’azienda. Rappresentanti. Campiano del nostro stipendio, il tesoro di Provenzano non sappiamo cosa sia. Se esiste, non sappiamo dov’è».

Indubbiamente il vostro è un cognome pesante...
«Nessuno lo discute. Proprio per questo nel lavoro, come nella vita, cerchiamo sempre di farci conoscere per il nome e non per il cognome che portiamo».

Ha qualcosa da rimproverare a suo padre?
«Gli riconosco alcune attenuanti. No. Non ho da rimproverargli nulla».

Cos’è la mafia, per i figli di colui che è all’ergastolo quale capo della stessa mafia, accusato di stragi d’innocenti e di giudici oltreché di mafiosi?
(è Angelo a prendere la parola): «Cos’è la mafia? Bella domanda... Sono ancora oggi alla ricerca di una risposta definitiva. Di primo acchito mi verrebbe da dire che è un atteggiamento mentale. La mafia viene dopo la “mafiosità” che non è comportamento solo ed esclusivamente siciliano. La mafiosità si manifesta a cominciare dalla raccomandazione per arrivare prima a fare una lastra o ad avere un certificato in Comune. Ancora mi chiedo dov’è il limite, tra mafia e mafiosità. Tra l’organizzazione criminale, per come la intende il codice penale, e l’atteggiamento mentale, per come la intendono i siciliani. È il vecchio discorso dell’uovo e della gallina. Secondo me la mafia è un magma fluido che non ha contorni definiti. Per il codice la mafia è un’associazione per delinquere, e su questo non discuto e non entro nel merito. Ma non si può ridurre tutto a persone che sparano. Piuttosto, a proposito di mafia, mi chiedo quale ruolo ha ricoperto lo Stato. Che ruolo ha avuto in avvenimenti inquietanti come la strage di Ustica o Bologna, o per restare in Sicilia con la morte del bandito Giuliano. Per sapere una versione diversa da quella letta sui libri di scuola su Giuliano abbiamo dovuto aspettare 50 anni, per conoscere quella su mio padre quanto tempo ci vorrà?».

Gli uomini dell’antimafia ne hanno date parecchie negli anni.
«Ci mettono a disagio certe affermazioni. E poi siamo sicuri che alcuni di loro fanno davvero antimafia?».

Come hanno vissuto e come vivono i figli del riconosciuto capo della mafia mondiale?
(È Angelo a prendere la parola): «Dei miei primi sedici anni, vissuti in clandestinità, non voglio parlare perché ci tengo a preservare l’unico periodo realmente mio. Quando nel ’92 rientrammo a Corleone iniziammo a confrontarci con la società. Non ho potuto scegliermi la vita, la mia è stata una latitanza forzata, nato e cresciuto in cattività».

E dal 1992 ad oggi com’è andata?
«Io, mio fratello, mia madre, siamo le persone più controllate del mondo. Ci hanno controllato ininterrottamente, in ogni luogo, con microspie e telecamere, per quattordici anni. Abbiamo vissuto come se fossimo dei concorrenti del Grande Fratello, sapevano tutto di noi. Se vogliamo sdrammatizzare, diciamo che siamo stati i protagonisti del più lungo reality della storia. Siamo rimasti perché Corleone è Corleone, con i difetti e i pregi dei piccoli paesi. Se dovesse capitare l’occasione, potremmo anche andare via».

Avete mai parlato di cose di mafia con vostro padre?
«Mai».

E a vostra madre avete chiesto notizie su di Lui?
«Diciamo che in linea di massima ci siamo tenute le nostre curiosità. Però diremmo una bugia se affermassimo che non abbiamo mai fatto “indagini” su nostro padre».

La tragica morte di Falcone e Borsellino che i pentiti fanno risalire anche a vostro padre, per voi cosa rappresenta?
(silenzio). «Crediamo che i giudici Falcone e Borsellino siano da considerare vittime sacrificali delle istituzioni immolati sull’altare della ragion di Stato».

Il giorno che hanno arrestato vostro padre cosa avete provato?
«Preferiamo non parlarne, sono emozioni fortissime».

Dalle ultime rivelazioni di Ciancimino jr e da alcuni indiscrezioni a palazzo di giustizia sulla presunta trattativa con lo Stato, si torna a parlare di Provenzano quale traditore di Totò Riina...
«Noi possiamo rispondere delle nostre scelte, non di quelle di papà che non sappiamo quali siano perché mai ne abbiamo parlato. Ma a una domanda così posta ci viene da sorridere poiché se fosse come dice lei, non si spiegherebbe perché poi lo Stato lo arresta e lo rinchiude in regime di 41 bis».

Avete mai avuto paura? Ne avete ora?
«Non abbiamo paura. Non sono fatti che riguardano noi figli».

A proposito di figli. Giovanni Riina, figlio di Totò, sembra aver seguito le orme del padre. Voi no...
«Non ci sono mai piaciuti i paragoni. Io (Angelo, ndr) con Giovanni ci sono andato a scuola».

Che idea avete dei pentiti?
«Ogni frase può prestarsi a strumentalizzazioni. Diciamo allora, che se a parlare è Angelo o Francesco Provenzano, non apriamo bocca. Se a parlare è Angelo o Francesco, cittadini italiani, diciamo che i pentiti rappresentano una delle più grandi sconfitte dello Stato».

Pensate di riabbracciare, un giorno, vostro padre fuori dal carcere?
«E chi lo sa...»

Momenti di felicità ne avete mai avuti?
«La felicità è un’utopia. È quell’intervallo di tempo in cui non si è infelici».

La fiction su vostro padre vi è piaciuta?
«Non l’abbiamo vista tutta. Non ho visto nemmeno Gomorra o Il Divo, se può interessarvi».

Libri di mafia e sui capimafia ne avete letti?
«Preferiamo dedicarci ad altro. La mafia è argomento che, vuoi o non vuoi, conosciamo abbastanza bene».