Noi, fragili, contro la marea musulmana

L’immagine di piazza Duomo riempita di musulmani in preghiera, pubblicata da Il Giornale, ha finalmente provocato, non soltanto nei milanesi ma in tutti gli italiani, quel sentimento di angosciosa sorpresa che fino a oggi nulla era riuscito a provocare. Eppure sono molti anni ormai che si susseguono le notizie sugli sbarchi a Lampedusa, sulle scuole che rinunciano a festeggiare il Natale per non offendere i bambini islamici, dei crocifissi sempre sul punto di essere sloggiati da qualche aula; per non parlare delle prediche inutili di quei pochi che hanno tentato di mettere in guardia sia i politici sia le gerarchie ecclesiastiche sui pericoli che la presenza di credenti musulmani avrebbe inevitabilmente comportato per una civiltà fragile come la nostra. Che la nostra civiltà sia fragile tutti lo sanno bene; ma è necessario mettere l’accento sul fatto che è fragile soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali: il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani.
Sia il benvenuto quindi questo sussulto perché, se ci muoviamo subito, forse siamo ancora in tempo a salvarci. Prima di tutto cerchiamo di guardare la realtà in faccia senza gli accomodamenti di maniera. I musulmani che si riuniscono nelle piazze per pregare e per manifestare i loro sentimenti ci turbano perché sono tanti, visibilmente troppi perché noi si possa tenerli a bada. Questo è il dato fondamentale: sono troppi. Nel loro essere troppi è inclusa, poi, anche la visione del loro immediato moltiplicarsi con i numerosissimi figli e parenti. Che faremo? La questione della Palestina è grave e sicuramente non troverà soluzione in pochi giorni. È proibito dare fuoco alle bandiere? Certo, lo sappiamo, ma dirlo non è sufficiente. Comunque è soltanto la motivazione di oggi. Domani ce ne sarà un’altra, dopodomani un’altra ancora...
Quello che ha turbato di più, però, è l’associazione «Duomo-musulmani». Il grande spazio vuoto davanti a una cattedrale o alla chiesa principale di un paese segnala la sua sacralità, il «limite» oltre il quale si addensa la presenza divina che risiede nel tempio con l’eucarestia. In termini etnologici, diciamo che la piazza davanti al Duomo non è stata creata come luogo di riunione ma per porre una distanza «di rispetto» fra il profano e il sacro. Per i cristiani, ma soprattutto per i cattolici, una chiesa inoltre è un luogo dove si celebra il rito per eccellenza, il sacrificio della Messa, con la trasformazione reale del pane e del vino nel corpo di Cristo. La lampada sempre accesa davanti all’altare dove è custodita l’eucarestia testimonia che Gesù ha mantenuto la promessa: «Io sarò sempre con voi».
Naturalmente tutto questo non ha alcun senso per i musulmani ai quali è sufficiente un tappetino e volgersi in direzione della Mecca per pregare. Si riuniscono in piazza Duomo perché è al centro della città, è un luogo molto grande e perché comunque percepiscono, sia pure inconsapevolmente, la positività della risonanza culturale, storica, sacrale di cui i luoghi si impregnano attraverso il vissuto degli uomini. Prendiamocela dunque con noi stessi, con i nostri politici, con le nostre gerarchie religiose se oggi ci troviamo di fronte a una così drammatica situazione, non con loro. Né si dica (cosa che spesso si sente dire) che gli immigrati debbono imparare a rispettare le nostre leggi, le nostre consuetudini, i nostri valori: le culture sono una diversa dall’altra proprio in questi aspetti, non in altri. Possono imparare ad andare in orario al posto di lavoro anche se la percezione del tempo è diversa da cultura a cultura; possono imparare, sia pure con molta fatica, a parlare la nostra lingua, a mangiare qualcuno dei nostri cibi, a vestirsi come noi, ma i tratti che fondano una cultura non si possono cambiare. E non esiste cultura senza religione, o meglio: sono le religioni che fondano le culture.
Questo significa che siamo noi a dover agire. Prima di tutto prendendo coscienza che, per quanto laica sia la nostra società, si fonda su valori che, già presenti nella romanità, sono stati forgiati dal cristianesimo e rimangono a fondamento della nostra convivenza civile anche quando non ci accorgiamo più della loro origine cristiana. Credenti oppure no, dunque, non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire. Anche se accettassimo di diventare musulmani, o vi fossimo costretti, questo significherebbe ugualmente la fine della nostra civiltà.
Nessuno si faccia illusioni in proposito. L’islamismo è una religione forte, vitale e inflessibile (non ha la Grecia, Roma e Gesù di Nazaret dietro di sé). Né si guardi agli Stati Uniti d’America come esempio di luogo dove convivono razze, popoli e religioni diverse. L’America possiede un territorio immenso, cosa che già di per sé permette di non sentire l’acqua alla gola davanti alle diversità, come succede invece a noi con il nostro spazio ristrettissimo. Poi, essendo tutti in origine degli immigrati, gli americani non si trovano nella condizione di invasi e sopraffatti nella propria terra, nel proprio Paese, nella propria casa. Infine, tanto per dire la verità fino in fondo, bisogna togliersi dalla testa che l’America sia il paradiso delle etnie: la conflittualità negli Stati Uniti è fortissima, e lo è proprio per tutti quei motivi di cui da noi non si vuol sentir parlare come la razza, la cultura, il Paese di provenienza, la religione, la classe sociale, la ricchezza e così via. Dunque, non abbiamo più un minuto da perdere. Prima di tutto è indispensabile fare, da laici, quello che già molte volte i laici hanno fatto lungo la storia della Chiesa: scendiamo nelle piazze a predicare la nostra verità, creiamo dei movimenti nuovi nell’ambito del cristianesimo, dei movimenti che non si occupino di fare la carità o di rinnovare la teologia, ma che parlino di Gesù; che gridino anche alle istituzioni ecclesiastiche il Suo: «Non ripetete parole!». Sì, sono troppo logore le parole rituali, e la fame della nostra società è la fame dell’anima. Non lo vedete, dunque, che siamo tutti, anche voi, con i vostri conventi vuoti, i vostri seminari deserti, le vostre parrocchie abbandonate, come pecore senza pastore? I francescani sono nati così: andando per le strade, senza né libri né sacerdozio, soltanto con il Vangelo. Gridiamolo anche ai nostri politici: «Non ripetete parole!» perché noi delle parole non ne possiamo più. Non avete il diritto, parlando sempre di come diventeremo ricchi, di ucciderci nell’anima, di strapparci la nostra terra, la nostra cultura, la nostra religione. Avete giurato di essere fedeli all’Italia, non al mondo intero. Cominciate oggi. Neanche un immigrato in più, niente permessi di soggiorno, niente rifugiati, nulla. In Italia non c’è più posto per nessuno. Non aiuteremo il mondo lasciando morire la nostra civiltà, la bellezza della nostra musica, della nostra arte, della nostra poesia, al contrario. Il mondo sarà infinitamente povero senza l’Italia. La Chiesa sarà infinitamente povera senza l’Italia.