«Noi Hemingway, tra follia

Il nipote del premio Nobel chiude la rassegna «Bagliori d’autore» con un libro-rivelazione sulla famiglia

«Che effetto mi fa Milano? È sempre uguale, non è cambiato nulla, il cielo è grigio come sempre, la gente corre dietro ai danee...». Commento banale? No, se a pronunciarlo è John Hemingway, il nipote del grande Ernest, a Milano per chiudere la rassegna «Bagliori d’autore» dedicata al premio Nobel (una settimana, da martedì scorso a oggi, a base di film, documentari, reading, conferenze...). Lui, diventato scrittore a sua volta, con Strange Tribe (2007), libro attraverso il quale si riconcilia con il suo passato e con la sua famiglia, e che presto diventerà un’opera lirica. Parole di chi a Milano, tra l’altro, ha vissuto per vent’anni quando era giovane. «Sono arrivato qui a 24 anni, seguendo un amico inglese che insegnava. Poi ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie e così, senza volerlo, sono passati gli anni. Per certi versi Milano è cambiata: quando arrivai era molto meno globale, non c’erano immigrati e comunque erano visti con curiosità, erano una novità qui. Il fatto di trovarsi immerso in una cultura completamente diversa dalla mia, è stato ciò che mi ha fatto crescere».
Adesso lei vive a Montreal, le è mai capitato di provare nostalgia per Milano?
«No, piuttosto provo nostalgia per quegli anni, per la mia giovinezza, per com’ero».
Come mai il suo libro non è stato pubblicato in italiano?
«Ho dovuto girare 40 editori prima di riuscire a pubblicarlo negli Usa... Adesso sono in contatto con degli editori italiani, ma posso dire che ho venduto i diritti in Cina prima di venderli in Italia».
Cosa vuol dire portare il nome Hemingway?
«Per gli editori non ha significato nulla. Hemingway è un vecchio nome inglese e ce ne sono molti negli Stati Uniti. Quando mi presento la gente pensa: figurati se è il nipote o il parente di Ernest Hemingway...».
Che significato ha per lei questo libro, in cui ricostruisce in tutta la sua complessità la figura di suo padre e di suo nonno?
«L’ho scritto per i miei figli, per diventare un padre migliore. E poi serve a me per fare chiarezza sulle vicende della mia famiglia, il rischio è quello di inciampare, di far ricadere sui miei figli quello che ho vissuto io, con una madre schizofrenica e un padre bipolare. Anche se devo dire che mio padre, finché ha potuto - soffriva di disturbo bipolare - è sempre stato presente. Il libro mi ha aiutato a fare chiarezza su tutto ciò».
Che cosa ha scoperto leggendo documenti, corrispondenze, scritti e appunti inediti?
«Il libro getta una nuova luce sull’opera di mio nonno: tutta la sua produzione, e la sua vita, si possono rileggere attraverso il dramma interiore della sessualità, del rapporto ambiguo con il suo lato femminile, permette quindi di conciliare l’immagine del macho, che domina l’opinione pubblica, e il lato femminile di mio nonno, e di mio padre. L’immagine del nonno, infatti, era quello del superuomo, del pescatore, del cacciatore, del tombeur de femme, ma non era solo quello. Era come se pattinasse sul ghiaccio, in bilico tra i due lati della sua personalità, quello maschile e quello femminile».
Era inconsapevole di ciò, dunque, a differenza di suo padre, che cambiò sesso all’età di 60 anni, dopo una vita in bilico tra la passione per il travestitismo e una famiglia sulle spalle? Padre che morì nella sezione femminile del carcere dopo essere stato “beccato” a girare nudo per la città...
«No, non era inconsapevole, tanto che se si leggono i suoi racconti con quest’ottica, emergono indizi ed elementi che ci fanno chiaramente capire come Ernest vivesse questo dramma interiore, che riuscì a sublimare nella scrittura. Si vede molto bene con Il giardino dell’Eden, il suo ultimo romanzo, pubblicato postumo. Scandagliare, con rigore filologico, i romanzi e i racconti successivi, la corrispondenza, anche quella con suo figlio Gregory, mio padre, mi hanno fatto capire come in fondo mio padre non fosse più così diverso dal nonno, anzi. Il rapporto tra Ernest e Gregory è un po’ come quello tra Ying e Yang, come la relazione tra mente e corpo: mio nonno era la mente, riuscì cioè a indagare e a esplorare la palude del grande fiume dei due cuori, la «tragica avventura» come lui stesso scrive, attraverso la scrittura. Mio padre, invece, che era medico, indagò il lato femminile su di se, sul proprio corpo».
Cosa vuol dire la «Strana tribù», oggi?
«Una donna, lesbica, che trascorse con mio padre la notte folle che precedette il suo arresto mi raccontò che mio padre le disse: “Credo che le persone vadano accettate e capite per quello che sono”».
Parola di Hemingway.