"Noi, italiani discriminati in Inghilterra". Brown: "Scioperi indifendibili"

Il vicepresidente della società siracusana contestata dai lavoratori
britannici: "È triste che in un’economia senza frontiere ci siano
queste difese del territorio&quot;. <a href="/a.pic1?ID=325266" target="_blank"><strong>I sindacati</strong></a><strong> </strong>tentano di fermare la protesta. <a href="/a.pic1?ID=325466" target="_blank"><strong>Il premier britannico</strong></a>: azioni sbagliate

Giovanni Musso è il vicepresidente dell’Irem, la società di Siracusa contestata dai lavoratori britannici. È lui che fa da ponte tra le maestranze nel Lincolnshire, le loro famiglie e l’azienda. «È una vicenda strana, è triste che in un’economia sempre più globalizzata si facciano ancora queste discriminazioni. Sembra di essere tornati indietro di anni», dice.
La situazione è sempre molto tesa?
«Ieri i nostri operai sono riusciti a scendere dalla nave ormeggiata dove alloggiano, sono andati a farsi una gita senza subire molestie da parte degli operai inglesi».
Ma il lavoro è ripreso?
«No, per adesso tutto è ancora fermo, stiamo aspettando disposizioni dall’azienda committente. Lo sciopero continua, fra un paio di giorni ci sarà una nuova riunione, andrà qualcuno di noi a parlare con i sindacati inglesi».
Quando è stato aggiudicato l’appalto?
«Prima di Natale, tra fine novembre e i primi di dicembre».
E voi quando avete aperto il cantiere?
«All’inizio dell’anno. Voglio precisare che abbiamo una piccola parte di un appalto complessivo di 220 milioni di sterline per costruire una raffineria della Total».
Qual è la vostra quota?
«Diciassette milioni di euro. Dobbiamo costruire un impianto di desolforizzazione all’interno della raffineria. L’incidenza del nostro lavoro sull’occupazione complessiva è molto bassa, è evidente che questa cosa è stata strumentalizzata».
Quanti operai utilizzate?
«In questo momento ne abbiamo 90, ma dovremmo arrivare a una punta di 300 perché il lavoro dura quattro mesi, finiamo il 30 aprile e quindi dovremo aumentare la forza lavoro».
Tutto personale specializzato?
«Proprio per la brevità in cui dobbiamo portare a termine l’opera impieghiamo maestranze che conoscono bene le nostre tecnologie e i nostri macchinari».
E sono tutti italiani?
«C’è qualche portoghese, una minima percentuale. Ma soprattutto abbiamo assunto una trentina di inglesi. Saranno il 10-15 per cento della manodopera complessiva».
Da chi avete avuto la commessa?
«Dalla Jacobs, uno dei grandi studi di ingegneria con cui collaboriamo da tempo, che ha regolarmente vinto una gara internazionale. Noi della Irem lavoriamo nel settore dei montaggi industriali da una trentina d’anni. Abbiamo acquisito un know how, il 90 del lavoro lo svolgiamo all’estero, abbiamo preso grossi appalti in Arabia Saudita. Con Jacobs abbiamo operato in Olanda e Francia, abbiamo lavorato anche con Total. Ci hanno chiamato perché conoscono le nostre tecnologie e come lavoriamo».
Come spiega che per venti giorni avete lavorato regolarmente e poi è scoppiato questo putiferio?
«Forse hanno reagito alle parole del premier Gordon Brown, il quale ha detto che il lavoro degli inglesi deve restare in Inghilterra. Ripeto, mi sembra una strumentalizzazione. Noi avevamo già incontrato i sindacati e ci eravamo allineati con la loro normativa, come sempre facciamo quando lavoriamo all’estero».
Dicono che gli operai italiani vengono pagati meno degli inglesi.
«Agli italiani oltre allo stipendio paghiamo anche la trasferta e il disagio per il lavoro all’estero. Guadagnano sicuramente qualcosa in più degli inglesi».
E li alloggiate in una nave.
«L’abbiamo noleggiata da un armatore locale. Non volevamo creare problemi alla gente che vive in questo paesino nel nord dell’Inghilterra».