«Noi italiani rischiamo anche qui in Afghanistan»

Il capo della missione: «Da noi sono aumentati gli attacchi suicidi. Sono momenti duri, ma faremo il nostro dovere»

Sabrina Cottone

nostro inviato a Kabul

«Sono momenti estremamente difficili, ma questa è la nostra professione e continuiamo a lavorare perché è l'unico modo di andare avanti». Il generale Mauro Del Vecchio, comandante della missione Isaf in Afghanistan, si prepara a passare le consegne agli inglesi dopo nove mesi in un teatro di operazioni ogni giorno più insidioso. È «sgomento» per i fatti di Nassirya: «Proviamo grande dolore, non solo perché sono italiani e soldati come noi, ma anche perché sono amici». Sentimenti che non lo fanno dubitare nemmeno per un attimo di essere nel posto giusto per la causa giusta. Al contrario: «Ci siamo dedicati a questa professione ben coscienti che in determinate circostanze si possono correre rischi elevati, si può anche morire».
Kabul non è Nassirya e il nord dell'Afghanistan non è l'Irak ma i nostri militari in missione di pace vivono una escalation di violenze, al culmine proprio in questi mesi in cui si è votato per il primo Parlamento eletto da trent'anni, mentre il presidente Karzai tenta una pacificazione complessa. Del Vecchio racconta: «Negli ultimi mesi c'è stato un incremento degli incidenti e degli attacchi. Abbiamo assistito a una differenziazione dei metodi usati, con ricorso a tecniche più sofisticate». Insomma, anche qui si fanno largo i kamikaze, come dimostra il recente attacco alla base di Herat, ai confini con l'Iran: «Abbiamo subito un numero superiore di attacchi suicidi, con metodi presi a prestito da altre esperienze. Per fortuna nessun tentativo ha ottenuto risultati eclatanti».
A Kabul è festa. E per celebrare l'anniversario della rivoluzione islamica, la cacciata dell'armata sovietica dalla città, i guerriglieri sono scesi dalle montagne. In uno stridente paradosso, la ricorrenza fa crescere lo stato di allerta alla base, perché sono ancora lontane le condizioni di sicurezza necessarie per consentire all'esercito e alla polizia afghani di agire in autonomia. «Serviranno forse dieci anni, anche se molto è già stato fatto» profetizza Del Vecchio. E in questa situazione il numero di militari italiani diminuisce: erano duemiladuecento a settembre, adesso sono milletrecento e presto scenderanno a quota mille.
La missione però continua e anzi si mescola con Enduring Freedom, piombata dagli Usa due mesi dopo l'11 settembre e ancora attiva al Sud nella lotta al terrorismo e ai narcotrafficanti. Il 4 maggio Del Vecchio, dopo nove mesi esatti, cederà il comando agli inglesi. «L'impegno italiano rimarrà comunque forte anche dopo il passaggio di consegne - spiega il generale -, ma il nostro contingente non avrà un ruolo particolare nell'espansione a sud-est. Per adesso l'Italia rimarrà a Kabul e nell'area di Herat». Si punta molto sulla ricostruzione, grazie a stanziamenti del governo per Herat e a attività di «salvataggio» culturale curate dalla nostra ambasciata. E gli afghani avranno presto la strada per Bamyan, lì dove i talebani hanno fatto esplodere le gigantesche statue colpevoli di non essere della religione giusta. Del Vecchio ne va particolarmente fiero: «I Buddha non esistono più, ma resta un luogo meraviglioso...».