Noi, liberi «prigionieri» di New York

«Se ti annoi a New York è solo colpa tua». La frase, perfetta quasi quanto il seno da cui un giorno fuggì, quello di Myrna Loy, bellissima della Hollywood che fu, l’avevo scelta come viatico da dispensare nei corridoi del Jumbo ronzante sull’Atlantico. Mi era sembrata la citazione giusta per rassicurare quei lettori del Giornale che per la prima volta (altri già c’erano stati) stavano volando a Manhattan.
Una prima volta che sembrava intimorire i futuri «assaggiatori» della Grande Mela. Vuoi per la sua nomea: «Ma è sicuro passeggiare?». Vuoi per problemi di lingua: «Come si dice “cameriere”?». Vuoi per un programma di viaggio con molto tempo libero a disposizione da gestire autonomamente: «Dove possiamo mangiare? Che mancia lasciamo?». Vuoi infine, già subito dopo l’atterraggio, per l’impatto con l’Immigration. Che in verità, per via della registrazione delle impronte digitali e dell’iride, ha finito per entusiasmare i nostri. Suscitando semmai una diffusa invidia: «Lo facessero anche da noi!».
Poi - ne ero certo - la magia. Anzi, la Magia. Scritta come merita, con la maiuscola. Perché era ormai notte, a New York. Così, dopo aver attraversato l’anonimo quartierone del Queens, con le sue casette immerse nel sonno, e «bruciati» in un soffio i due chilometri e mezzo del Midtown Tunnel, budello piastrellato sotto l’East River, il nostro pullman era riemerso di colpo. Proprio là, nell’ombelico del mondo, che oltre alle sue abituali mille luci, aveva aggiunto quelle del Natale. E Natale a New York, credetemi, è più Natale che altrove.
Di colpo, timori e paure erano scomparsi. Lasciando il posto, dopo la consegna delle chiavi delle camere, a una palpabile fregola da scoperta - «Mi raccomando, puntuali giù alle 8» - in vista del giorno dopo. Iniziato al ristorante dell’hotel Millennium Broadway con un’altra «prima volta» per tanti: quella dei french toast, degli waffles o dei pancakes, ipercaloriche e iperglicemiche morbidezze mattutine made in Usa, perdipiù irrorate di appiccicosissimo sciroppo d’acero. Certo non dietetiche, ma tanto ghiotte da far capitolare anche il più coriaceo dei tradizionalisti italiani. Perfino quelli duri e puri, quelli che... «io un espresso e basta».
Quindi via, di nuovo in pullman, occhi sgranati e mappa della Grande Mela alla mano, per un giro di orientamento alla scoperta degli angoli più importanti: dallo smisurato polmone verde del Central Park alle case in mattoni di una Harlem che da ghetto nero sta diventando zona trendy; dalla frenesia di Wall Street al toccante vuoto di Ground Zero, là dove tuttavia l’ottimismo americano ha ripreso a guardare - e a costruire - puntando verso il cielo, alla faccia di tutti i fottutissimi Bin Laden; dalla Chinatown che quasi non parla inglese e che giorno dopo giorno sta ingoiando la vecchia Little Italy, ai quartieri di moda ieri, come il Village, e oggi, come Nolita. I nostri lettori, intanto, annotavano. Sulla carta e nella mente.
Un giro in pullman, ma sufficiente a creare un drappello di entusiasti. Che nei giorni a seguire, una volta esaurite le tappe organizzate, pensavamo di aver perduto. Poi però li ritrovavamo tutti là, naso all’aria, a farsi frastornare dalle luci di Times Square o a filmare le quotazioni del Nasdaq che scorrono come sottotitoli del sempre mutevole film di una metropoli che, cantava Liza Minnelli, «non dorme mai». Metropoli che pur non assomigliando fisicamente all’America - un grande Paese fatto di piccole città - continua ad assomigliarle nella sua essenza: il melting pot. Ogni giorno di più. Ogni giorno che una nuova lingua va ad aggiungersi alle altre ottanta che qui già si parlano. Sicché resisterle è difficile. Meglio arrendersi. Perché la Grande Mela non fa vittime, ma soltanto prigionieri. E ci si sente tremendamente liberi, da prigionieri a New York.