«Per noi non è ancora finita. Bisogna trovare gli assassini»

Moglie e marito oggi vivono in Veneto: «Siamo scappati solo per sopravvivere»

Andrea Acquarone

«Sara come Dio vorrà». A giudicare Paola Mantovani ieri c’erano però dei «semplici» uomini. Ha deciso un gup e lei ha strizzato gli occhi, trattenendo il respiro, quasi incredula: innocente. Anche se tutto, fino a un minuto prima, le sembrava contro.
In questi lunghi cinque anni di accuse ha mai avvertito su di sè l’ombra del dubbio da parte della sua famiglia?
«Sinceramente no, nella maniera più assoluta. Da mio marito a mia madre, tutti mi sono stai vicini. Mi hanno sempre creduta».
Perché ve ne sieti andati, come fuggiaschi, da Limidi di Soliera?
«Avevamo bisogno di allontanarci dal luogo dove è stato ucciso mio figlio... sentivamo il bisogno di ricominciare da un’altra parte»
Come avete vissuto questo tempo?
«Abbiamo cercato di ricostruirci una vita. O meglio: non abbiamo vissuto. Siamo sopravvissuti».
Lavorate?
«Abbiamo una piccola attività commerciale. Abbiamo venduto la villetta in Emilia e abbiamo comprato una casetta qui, sulle Dolomiti... Sa ho dei parenti qui. I soldi avanzati sono serviti per pagare avvocati e perizie».
Ora potrete ricominciare a vivere
«Ricomincia una parvenza di vita, un qualcosa che possiamo ricominciare magari a progettare, anche solo una piccola vacanza di quattro giorni... Potrà sembrare una stupidata ma vorrei andare al mare visto che in cinque anni non ce lo siamo mai permessi neanche un giorno».
Perché?
«Per una questione economica e soprattutto per l’aspetto psicologico. Eravamo distrutti, abbiamo tentato solo di sopravvivere, potrà essere sbagliato, potrà essere tutto quello che vuole però... Io adoro il mare, per me il mare significa libertà. E ho detto a mio marito che quando l’avrei rivisto lo avrei fatto da persona libera. Io non mi sono mai sentita una persona libera fino a oggi».
Qualcuno in paese sa di voi o lo scoprirà oggi da tv o giornali?
«Tutti ci conoscono e ci hanno sempre trattati con un rispetto e una solidarietà che sono uniche. Soltanto una settimana fa, quando è cominciato il processo la gente ha cominciato ad avvicinarsi. Ma con grande discrezione e tatto. Per dirmi: “Siamo con te, ti crediamo, rispettiamo il tuo dolore... ”».
Se lei è innocente ciò significa che gli assassini di suo figlio sono ancora liberi.
«Cosa posso fare io, secondo lei, cosa potrei fare. Se potessi li andrei a cercare. Ho una rabbia incontenibile dentro. Una rabbia enorme, una rabbia che è tanto grande, è più grande del dolore quasi. Adesso bisogna che trovino i veri assassini. Voglio poterli guardare in faccia».
Quando è uscita dall’aula cosa le ha detto suo marito?
«Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto. Tanto».
Dopo la perdita di Matteo non ha mai pensato di avere un altro figlio?
«Sì... Ho avuto due gravidanze. Ma sono finite male. Ho sofferto troppo. La prima se vuole neanche tanto perché è stato un aborto spontaneo quindi, va be’, purtroppo è andata così. Ma la seconda il feto non cresceva, non c’era battito cardiaco quindi ho dovuto subire un intervento doloroso... Adesso, ormai, è tardi».
Cosa farà stasera (ieri per chi legge ndr)?
«Una cena con una mia amica carissima qui a Carpi, con mio marito, anche se in questo momento non è in casa. Venerdì torniamo a casa nostra e sabato mattina si riprende a lavorare».
Cosa ricorda della notte dell’omicidio?
«Ho pensato e ripensato, ho rimuginato tante cose, mi sono chiesta: “perché a casa mia? Perché accanirsi contro Matteo?”. Perché tante altre cose».
Ha trovato una risposta?
«No, no. Non ci sono mai riuscita».