«Per noi non c’è pace, anche la giustizia ci ha traditi»

Il nostro comitato lavora per la sicurezza

«So bene che la gente non ha nessuna voglia di partecipare al nostro dolore. Del resto non sarebbe giusto. Ma possiamo fare di tutto perché nessun altro genitore viva quel che ho vissuto io».
Paolo Pettinaroli nella tragedia di Linate dell’8 ottobre 2001 ha subìto il dolore più atroce, c’era suo figlio fra le 118 vittime del rogo dell’aereo della Sas. Oggi è il presidente che ha riunito i parenti delle vittime nel «Comitato 8 ottobre per non dimenticare»: «Non vogliamo essere patetici, siamo qui per evitare l’oblio».
Sono passati dieci anni, cosa vi rimane?
«Una serie incredibile di ricordi. La pace per noi non esiste. Quando la sera torni a casa e chiudi la porta dietro di te, resti solo con il tuo dolore. Il pensiero di mio figlio in quell’aereo in fiamme torna a tormentarmi ogni notte. Ma quello che abbiamo fatto come comitato ha un altro obiettivo».
Quale?
«Abbiamo dedicato questi anni a far sì che possa migliorare il trasporto aereo, oggi gli iscritti al Comitato sono 8 mila, adesso siamo conosciuti in tutto il mondo, membri di fondazioni, membri in comitati sulla sicurezza aeroportuale, da Washinghton, a Singapore ad Abu Dabhi. Siamo riusciti a trasformare il dolore in qualcosa di utile».
Ma è migliorato qualcosa?
«Qualcosa. Ma c’è ancora tanto da fare».
Ma cosa vi rode ancora?
«Tutto. Il processo del 20 febbraio 2008 è stato una seconda tragedia per noi, i responsabili Enac (Ente nazionale aviazione civile) sono andati tutti assolti. Pene esemplari nel verdetto di Primo grado e poi assoluzioni in Appello confermate dalla Cassazione. Quel giorno tutti abbiamo capito che la forza politica di certi Enti può cambiare le regole».
Una condanna allevia il dolore?
«Dà un senso di giustizia che manca. Qualcuno può immaginare come ognuno di noi fosse in attesa di condanne esemplari? Erano in aula i responsabili della morte dei nostri cari. E poi anche chi ha subìto un verdetto sfavorevole se l’è cavata con poco, fra patteggiamenti e domiciliari, non c’era posto per loro nelle patrie galere».
Lei a chi l’avrebbe fatta pagare?
«C’è una catena di responsabilità. Innanzitutto il radar di terra, nessuno era a conoscenza che non fosse attivo. Ci sono delle procedure precise in caso di nebbia e quella mattina non sono state rispettate da parte del controllore in torre di volo. Poi a scendere una serie incredibile di manchevolezze dovute a superficialità o mancanza di professionalità. Mi riferisco alla segnalazione in pista insufficiente, permessi di atterraggio concessi con facilità, gravissima la prassi che vedeva attraversare la pista di decollo e atterraggio da parte dei privati che vengono dall’Ata».
Cosa le ha dato più fastidio?
«Solo più tardi alcuni degli imputati hanno avuto il coraggio di incontrarmi. Durante il processo leggevo nei loro occhi la convinzione di non avere alcuna responsabilità di quanto era successo. Uno di loro, il controllore in torre di volo, ripeteva a radio e giornali che si sentiva con la coscienza a posto. Eppure era stato lui a dare il via libera ai due aerei che poi si sono scontrati in pista».
L’unico sopravvissuto è stato Pasquale Padovano, dipendente Sea, era nel toboga abbattuto dall’aereo della Sas. Cosa vi dite?
«Ha sofferto quanto non si possa immaginare, ustioni nel 90 per cento del corpo, non può fare niente, deve essere costantemente assistito, oltre cinquanta interventi, a lui l’hanno salvato. Io a volte mi faccio un mucchio di domande...».
Quali?
«Non so, pensieri miei, lasciamo perdere...».
Ci risulta che abbia ricevuto tutte le attenzioni possibili...
«Certo. Da quanto mi risulta riceve ancora lo stipendio e prende la pensione. Ha un autista per quando si deve spostare in città...E purtroppo ogni tanto gli scappa qualche intervista...».
Si spieghi meglio.
«Lui, ingenuamente s’intende, racconta a tutti quanto gli è stato risarcito e questo a volte ci crea grossi problemi. Io lo chiamo e gli scongiuro di non ripetere che gode di questi privilegi perché poi, regolarmente, ci chiamano le vedove di quel rogo. Gente che prende 500 euro al mese di pensione, lei capisce che è difficile mettere assieme queste cose, ci parlano di ingiustizia, ci insultano. Tutto nel mondo gira a due velocità. Alla fine bisogna fare i conti con tutto, una tragedia non finisce la sera a una certa ora».
Ma quanto durerà questa situazione di malessere. Si avverte ancora molta acredine.
«Forse è così, ma non lo chieda a me. È il decimo anniversario e non ci servono cronistorie, è tutto ancora vivo e ogni volta che mi fermo a parlare di questa cosa mi torna la paura. Le vite di tutti noi quel mattino sono cambiate e io mi commuovo per nulla, una frase, un gesto».