Noi paghiamo, i magistrati no

Può un giornalista criticare un’indagine e sostenere
che ha fini più politici che di giustizia?
No, non può e se lo fa viene condannato
per diffamazione. Può un
pubblico ministero definire un giornalista «diffamatore professionale
di magistrati»? Sì, può...

Può un giornalista criticare un’indagine, definirla «malata» e sostenere che ha fini più politici che di giustizia? No, non può e se lo fa viene condannato per diffamazione. Può un pubblico ministero – attraverso il suo avvocato – definire un giornalista «diffamatore professionale di magistrati» che usa le notizie «come spesso sono soliti fare i mentitori»? Sì, può. Perché, come ha stabilito una sentenza del tribunale di Brescia, sebbene le frasi del Pm siano offensive ed eccessive, secondo il giudice «sono connesse al tema difensivo».

Dunque, Giancarlo Lehner va condannato per aver criticato Ilda Boccassini, ma Ilda Boccassini non può essere condannata per quel che ha detto nella sua denuncia contro Lehner. Due pesi e due misure? Se lo pensate, siete maliziosi. Semplicemente, come sappiamo da anni, il giornalista che sbaglia paga, il magistrato no. Il cronista che dubita del pubblico ministero è in malafede: il Pm, infatti, non può neppure essere sfiorato dal sospetto, altrimenti lo si diffama. Come Lehner dovrebbe sapere, in Italia si commettono ogni anno migliaia di errori giudiziari, ma mai per dolo o per colpa dei magistrati, anche perché per poter parlare di dolo o colpa di una toga serve un nullaosta della Corte d’appello e, sia detto a margine, in venti anni – ossia da quando esiste la legge sulla responsabilità civile dei magistrati – non c’è stato un solo pronunciamento.

Dunque Lehner, Il Giornale e il suo direttore, ossia io, siano condannati a pubblica ammenda in corpo doppio (la trovate in prima pagina), in modo tale che anche i miopi vedano e sappiano che Ilda Boccassini, seppur rossa di capelli, è immacolata e non può neppure essere sospettata di aver agito con altre finalità se non quelle di giustizia. Così ha deciso il tribunale e a noi non resta mestamente che chinare il capo da reprobi e pagare – esentasse – 50mila euro, più 20, più 17 di spese. Ottantasettemila euro per 60 righe, 1.450 euro a riga e vi risparmio il risarcimento a parola, articoli determinativi e indeterminativi compresi.

Ci consola solo un fatto, ossia che c’è un giudice a Roma. A distanza di tempo, dopo due condanne in primo e secondo grado espresse dai tribunali di Monza e Milano, la Cassazione ci ha dato ragione a proposito di un articolo di Lino Jannuzzi che criticava un’altra pm, Anna Maria Palma, in servizio alla Procura di Caltanissetta. La sentenza di assoluzione recita: «Il ruolo, la figura istituzionale del criticato (un magistrato delegato alla trattazione dibattimentale e al coordinamento di indagini di grande rilievo sociale e criminale) rendeva legittima la critica giornalistica, in base al consolidato principio – base di ogni seria e severa concezione democratica – che a maggiori poteri corrispondono maggiori responsabilità, con la conseguenza che colui che tale potere detiene deve assoggettarsi alla penetrante attività di controllo da parte dei cittadini, controllo che si esercita anche attraverso il diritto di critica».

Bella frase, ma temo che valga solo per la Sicilia. Lì, dove i magistrati rischiano la vita, li si può criticare. A Milano, dove al massimo rischiano 60 righe, il diritto di critica è negato. Una volta tanto, sia dunque reso onore alla Cassazione, che cassa le sentenze di rito ambrosiano emesse a Monza e Milano.