Noi, pellegrini coi vip tra i rosari di Brosio e i pianti di Mihajlovic

Ci sono i professionisti che hanno fatto il tour delle apparizioni E ci sono gli scettici. Ma qui la suggestione colpisce tutti

Medjugorje - Mai stato in pellegrinaggio. Mai, da nessuna parte. Niente Lourdes, niente Pietrelcina, niente Loreto, niente Assisi. Niente di niente. Un paio di volte sei stato a San Pietro, non per Dio ma per Michelangelo. Quando ti hanno detto che dovevi partire quasi non ci credevi. Dove? Medjugorje. Non sai neppure come si scrive. E poi, perché? Dicono: a vedere Brosio. Brosio si è convertito, ha fatto un patto con la Madonna. È cambiato, non è più lo stesso. È una sorta di predicatore, allegro, sbalestrato come al solito, ma con la fede, come un chierico girovago piange e prega, va e promette, predica e incanta. È un ciclone. È una sorta di spirito santo che ha messo a soqquadro il mondo dei vip. Il 13 maggio, novantesimo anniversario di un’altra apparizione, quella di Fatima, parte un aereo carico di pellegrini. Ci sono alcuni dirigenti Mediaset, qualche collega, una giornalista del canale satellitare della Juventus e Sinisa Mihajlovic. L’invito arriva da Marco Palmisano. La missione è: vai e vedi. Ma cosa? Hai quasi paura della risposta e il sospetto è fondato. Uno dei sei veggenti parlerà con lei, con Maria, la mamma di Gesù, su una di queste colline della Bosnia-Erzegovina, dove un tempo c’era la guerra civile, dove l’esercito di Tito era schierato e diceva a quei ragazzi visionari: niente magie, prego, qui siamo atei e comunisti. Questa storia, raccontano, va avanti da 28 anni. Qui la gente arriva, sempre di più, qualcuno vede, qualcuno no, qualcuno scuote la testa, quasi tutti pregano, alcuni cambiano. Tu non sai davvero cosa aspettarti. Quello che ti sembra di aver capito è che Medjugorje, forse anche per questa damascata di Brosio, è un po’ la Madonna dei vip. Lo pensi e ti sembra blasfemo. Cancelli e ricominci. Non è questo lo spirito giusto. Niente paraocchi. Qui la gente è tanta, e anche se si mette da parte la metafisica, non si può ignorare il resto. Questo luogo catalizza, chiama, evoca e a vederli così, da spettatore scettico, non puoi giurare che siano tutti matti. La seconda cosa che ti sembra di aver capito è che se uno viene qui sta cercando qualcosa.

Medjugorje è una metamorfosi. Trent’anni fa era un paesino sfiorato da un fiume, ora è un mercato del sacro. Sembra di passare in uno di quei litorali che vivono solo d’estate, con una miriade di negozietti che sono il Santo Graal degli economisti e simulano l’utopia della concorrenza perfetta. Non si vendono, però, salvagenti, gommoni e libri gialli, ma rosari su rosari, di legno, di pietra, a grani piccoli ed esagerati, bianchi, marroni, rosati. Ogni rosario è una preghiera e una manciata di marchi bosniaci come contropartita. Se questo è un tempio, ci sono un po’ troppi mercanti.

Le due mamme
Brosio ancora non si è visto. Ti aspetti che spunti dal fiume, magari con una tunica bianca e la barba del Battista, come il predicatore dell’Armata Brancaleone, quello che portava la povera gente a Gerusalemme, pregando, imprecando, salmodiando. E a te ti viene da dire: ite, ite, ma da un’altra parte. Non è così. Brosio è Brosio, uguale come in televisione, quando tifava la vecchia signora o scompariva dietro un autobus ai tempi di tangentopoli. È uguale, ma ci crede davvero. Punto. Anche lui stava cercando qualcosa e l’ha trovata. I pellegrini lo ascoltano. E non sono tutti uguali. Ci sono i professionisti, signore che hanno fatto il tour delle apparizioni. Sanno tutto e sono state dappertutto. Poi ci sono le storie. Come quella di don Tonino, che era un attore professionista, roba seria, compagnia dei Gassman. Un giorno viene scritturato per un musical sull’inferno della stazione Termini, il sottosuolo notturno dei disperati, e lì cambia parte. L’attore si scopre prete. Ci sono spagnoli e americani, tedeschi e altoatesini che si inerpicano su per i monti, scanalati dai passi dei fedeli, impietriti davanti a una croce.
Brosio arriva. Lo seguono, caparbie, una quasi novantenne che si appoggia al bastone, l’altra poco più giovane con al guinzaglio un maltese bianco. Ci vuole fegato ad arrivare fin qui, solo Sinisa (e le vecchiette) non hanno il fiatone. Una è la mamma di Paolo, l’altra di Chiambretti. Brosio la butta in caciara, salta da una parte a l’altra, una cavalletta, che danza tra una preghiera e una battuta: «Quelle due, le mamme, sperano nella conversione di Piero. Chiambretti sta per essere raso al suolo dalle preghiere. È preoccupatissimo. Lo sa anche lui. Se diventa buono è finito. Strang. Fregato. Ve lo immaginate in tv che fa il buon samaritano?».

La guerra di Sinisa
Mihajlovic è una punizione secca che gira all’improvviso. Lo scruti, lo segui con gli occhi e ti chiedi cosa sia per lui questa terra. È stato lui a chiamare Brosio. Lo aveva visto un giorno in televisione mentre confessava la sua redenzione. È bastata una telefonata: «So che stai organizzando un pellegrinaggio a Medjugorje, ti dispiace se vengo anch’io?». E qui chiedi: perché? Non servono troppe parole. Sinisa è qui perché ha visto la guerra. Era poco più di un ragazzo nel 1991. Aveva appena vinto con la Stella Rossa di Belgrado la Coppa dei Campioni, giocava nella nazionale jugoslava più forte di tutti i tempi, quella di Savicevic, Stojkovic, Boban, Prosinecki, e ramarro Pancev. Avrebbe vinto l’europeo e invece arrivò la guerra. La Jugoslavia non c’era più. C’erano la Serbia, la Croazia, la Bosnia, la Slovenia, i morti, le bombe, e la pulizia etnica. Sinisa è nato a Vukovar, in Croazia. È lì che la guerra è esplosa. «Un giorno il mio migliore amico andò a casa dei miei genitori, mamma croata e papà serbo, e disse: ve ne dovete andare, altrimenti mi tocca ammazzarvi. Mio padre disse: che vi abbiamo fatto? Nulla, ma Sinisa è un simbolo. È il calciatore serbo più famoso. Qui non potete stare. I miei non se ne andarono. Lui tornò tre giorni dopo. Tirò fuori la pistola e sparò a tutte le mie foto, un colpo in fronte. Poi disse: il prossimo se non sparite è per voi. I miei presero quello che avevano e scapparono. Il mio più caro amico prese la ruspa e butto giù la casa della nostra infanzia». Non si incontrarono più per anni. «Mi venne a trovare quando giocai con la Serbia in Croazia, tanti anni dopo. Era la prima partita dopo la guerra. Lo guardai in faccia e gli chiesi perché. Mi disse che non aveva scelta. Tutti sapevano che era il mio migliore amico e doveva dimostrare di essere un croato fedele. Era una prova. Me la raccontò così: dovevo avvertire i tuoi genitori. Era l’unico modo per salvargli la vita. La casa non era importante, potevo anche buttarla giù. Se non lo facevo mi avrebbero ammazzato». Sono di nuovo amici. Sinisa si è buttato alle spalle tutto e ha perdonato. Ma quella guerra è una cicatrice, una cosa che un ragazzo di vent’anni, alle porte dell’Occidente, non avrebbe mai voluto vivere. La sua famiglia spezzata in due. Lo zio che dice alla madre: «Perché te ne sei andata? Così hai salvato la vita a quel maiale serbo di tuo marito». Ma fu Sinisa a salvarla allo zio. «Era diventato un generale croato. Lo fecero prigioniero. Mi arriva una telefonata da Arkan e mi dice che c’è uno che si spaccia per mio zio. Se dicevo no era morto. Dissi sì. E ancora campa».

I segreti di Mirjana
I veggenti sono sei e ognuno di loro ha un carisma. Mirjana è delegata ai non credenti. La Madonna quando parla con lei le chiede questo. Parla un italiano slavo, molte bene. È bionda, minuta, ancora giovane, una bella mamma. L’incontro con la madre di Cristo avviene ogni due del mese. E non deve essere facile. È questa la cosa che più ti colpisce, quando lei dice: «Non è facile staccarsi da lei. Dopo che ci parliamo sto giù per alcuni giorni. È come vivere il paradiso e poi tornare alla vita normale. Lo strappo fa male». Non sembra una fanatica. No, davvero no. La prima volta era adolescente. Era con la sua amica. Lei non ci credeva, l’amica sì. «Ma ti pare che sia proprio lei? Cos’è la Madonna ha trovato un attimo di tempo ed è venuta a fare due chiacchiere con noi?». Mirjana ha nel cuore dieci segreti che non può rivelare. Non giudica e non predica. Cosa le dice la Madonna? Che l’altro sei tu. Ama il tuo prossimo, insomma. Anche quelli che non hanno ancora incontrato Dio. Quando Mirjana dice «anche tra di voi c’è qualcuno che ancora non ha incontrato Dio», pensi al peggio. Ti immagini? Ora si alza, ti guarda negli occhi e punta l’indice: tu. Come nel manifesto dello zio Sam. Cerchi in tutti i modi di svicolare, ma ormai ti sei convinto: sta proprio osservando te. È una sorta di paranoia. Te la cavi, ma non puoi nascondere che qualcosa di strano c’è. Piangono tutti. Piange Brosio, quasi a dirotto. Mihajlovic ogni tanto tira via una lacrima con il dorso della mano. È contagioso. E anche tu ti accorgi che fatichi a resistere, alla fine chiedi alla tua vicina se ha un fazzoletto di carta. È vero. È inspiegabile, ma è davvero così. Suggestione. Ma non sono lacrime tristi. Mirjana è, come dire, carica di gioia. È una che ti fa stare bene. Perché? Boh. Lei dice che gli italiani chiedono sempre perché. Scherza: «È per questo che la Madonna è apparsa qui. In Italia l’avrebbero tartassata di domande. Noi bosniaci siamo diversi: prendiamo atto». Le mamme di Brosio e Chiambretti confabulano, ridacchiando. Questa storia rischia di sconvolgere i palinsesti televisivi. Una voce dentro chiede se non è un po’ riduttivo. Qui si fa la fine di Don Camillo. Meglio non dire nulla al giornale. E quando al giornale ti chiederanno: allora, hai visto qualcosa? Tu, improvvisamente, invochi San Tommaso.