Noi protagonisti di una «favola» lunga duemila anni

Dopo l’ennesima esternazione del signor Franco Ferrara chiosando il finale della sua lettera, pubblicata il 22 maggio scorso, in cui, storpiando la famosa invettiva di Cicerone a Catilina, chiede niente meno che al Santo Padre di non abusare della sua pazienza (sic!), sarei tentato di rispondergli ribaltando pari pari la stessa locuzione, seppure nella corretta forma, dicendogli «quosque tandem Ferrara abutere patientia nostram?», ma poi mi rendo conto che qualche parola in più potrà essere più opportuna.
Io credo che, in genere, il travaglio e l’insofferenza verso tutto ciò che è «fede in Dio», che spesso caratterizzano l’animo di chi si professa «ateo» e che traspaiono anche con evidenza dalle parole del sig. Ferrara, altro non siano che il sintomo di una insopprimibile voglia di ricerca di questa «fede», per superare «la fede nel nulla», propria dell’ateo, e scoprire quella nel «Tutto», propria del credente.
L’«ateo» crede di sentirsi un uomo libero perché si sente non succubo di «credenze» o «favole», come il sig. Franco ama definire la Sacra Scrittura, ed in particolare l’Evangelo predicato da Cristo, ma non si accorge di essere schiavo di questo nulla che lo attanaglia, senza dargli alcun spiraglio di fuga liberatoria.
È quindi comprensibile che in questo arido vuoto, il sig.Ferrara non creda nell’esistenza di una felicità, terrena o celeste che sia, perché egli conosce solo «l’infelicità terrena» di chi, come anche tutti noi credenti, deve confrontarsi giornalmente con dolori, malattie, lutti, senza avere però, a differenza di noi credenti, la certezza che Qualcuno ogni giorno lo sostiene nel cammino ed un giorno gli donerà pace e felicità eterna.
Quel Qualcuno che, per nostra grazia, è venuto tra noi per farsi protagonista di quella «favola» che, dice il sig. Ferrara, ci è stata raccontata per duemila anni.
Provi anche lei, caro signor Ferrara, ad ascoltare questa «favola», non ne rimanga fuori, vi troverà guarigione e conforto, ed alla fine anche lei ne sarà protagonista, per portarla e farla conoscere, come ci chiede S. Paolo, «fino agli estremi confini della terra».