«Da noi il rock era vietato ma io sono il Dylan russo»

Provate a chiamarvi Boris Grebenshikov, ad avere vent’anni nella plumbea Leningrado anni ’70 e ad avere l’insana idea di suonare il rock. A quell’epoca il Partito e il Kgb non erano per nulla contenti di questo ribelle che - dopo aver ascoltato i dischi dei Beatles e di Dylan - si mise in testa di emularli a modo suo. E allora ecco le radici del rock russo, suonato di nascosto, in improbabili cantine, sfuggendo (ma non sempre) le botte, le perquisizioni e gli arresti. E allora ecco il vero artista alternativo (non solo rock ma un accattivante miscuglio di jazz, classica e folk dell’est) che grazie alla Perestroika diventa un moderno cantore popolare, suona con gli Eurythmics e con The Band (il mitico gruppo che affiancò Dylan) prima di essere definito «il Bob Dylan russo». Ora Grebenshikov ha una cinquantina di album all’attivo; vive a Londra, suona nei maggiori teatri del mondo e ieri sera s’è esibito per la prima volta in Italia, agli Arcimboldi di Milano dove presto, se tutto andrà bene, collaborerà con la Pfm.
Per amore della musica lei ha fatto una vita d’inferno.
«A Leningrado nel 1972 suonare il rock era illegale. Non eravamo in molti e la polizia ci teneva sotto controllo, ma il rock è un fiume in piena e alla fine l’ho avuta vinta».
A quale prezzo?
«Suonavamo in sottoscala, bar clandestini e quando ci beccavano eran guai. Con Breznev non si scherzava; lui difendeva la cultura di Stato che non prevedeva il r’n’r. È stata una vita dura e frustrante che mi ha portato sulla strada dell’alcol e della droga».
Ma come è arrivato al rock?
«In Russia alla Borsa nera c’era di tutto. I dischi dei Beatles, tra pop ritmo e melodia, mi colpirono subito. uno dei primi brani che eseguii dal vivo fu Ticket to Ride, poi quelli di Cat Stevens e le ballate di Bob Dylan».
Infatti la chiamano il Dylan russo.
«Può darsi che Dylan sia il Grebenshikov americano. Lui per me è come Mosè; ma pure lui protestava contro la società. Non dimentichiamo che anche l’America non ha accettato subito il rock, lo definiva musica da negri».
Come ha fatto a resistere?
«La musica mi ha tenuto vivo, dandomi la forza di gridare al mondo la mia diversità e quella di tanti altri giovani, perché il movimento cresceva ogni giorno. Ho venduto milioni di dischi in Urss, ma mai una parola su di me sui giornali o in tv. Ero una specie di appestato, fino alla perestroika».
Allora grazie Gorbaciov.
«Lo ammiro molto. È l’uomo che ha fatto saltare la vecchia Russia proiettandola nel futuro».
E così lei ha preso il volo per Londra.
«Sì, ho cominciato a vedere i luoghi che avevo solo sognato, dove non c’era controllo, dove la musica pulsava. Nell’89 sono volato in America per registrare il mio primo disco occidentale con star del calibro degli Eurythmics e Chrissie Hynde dei Pretenders, e poi ho inciso con The Band, mi sembrava di stare accanto a Dylan. Ma la civiltà occidentale la prendo con le pinze. Infatti spesso mi ritiro in Tibet a meditare».
È diventato un saggio.
«Ho capito che le cose più importanti sono la pace dello spirito, la circolazione delle idee e della cultura».
Come definisce il suo stile?
«Dopo la sbornia rock sono tornato alle radici, recuperando in chiave moderna i suoni della mia terra e quelli del mondo. Nella mia band si affiancano le cornamuse, il sitar e le chitarre in un cocktail originale. Non amo i suoni balcanici alla Bregovic, sono troppo tristi, i miei brani sono allegri. Lo dimostra il cd White Horse che esce in dicembre».