«Noi romani in gabbia per paura delle bestie»

Verdone: «La città dove sono cresciuto non esiste più. La gente è terrorizzata»

Roma - La voce arriva da Taormina, dove sta girando con Claudia Gerini uno dei tre episodi del nuovo film, Grande, grosso e Verdone. Fa un buio pesto laggiù, ma è niente in confronto al nero pece di questa storiaccia romana conclusasi con la morte di Giovanna Reggiani: rapita, stuprata, abbandonata in un fosso. Carlo Verdone interrompe per dieci minuti le riprese. Sembra turbato. Arrabbiato. Ha voglia di dire qualcosa, da «romano del romano».

Allora, che fine ha fatto la Roma della sua giovinezza? Cialtrona, caciarona, pure violenta. Ma forse non così feroce.
«Quella Roma non esiste più da almeno vent'anni, se non di più. Dimenticate la Roma di Aldo Fabrizi e della sora Lella. La città ha perso la sua identità quando gli abitanti del centro storico sono “emigrati” verso le periferie, Corviale, Tiburtino, Tor Bella Monaca, per lasciar spazio ai nuovi ricchi, ai professionisti, alle imprese di ristrutturazione. La Roma delle chiacchiere per strada, da balcone a balcone, è morta lì. Non la chiamerò deportazione, per rispetto verso le grandi tragedie della storia, ma quell'esodo ha provocato un disastro, anche antropologico. Non ci sono più botteghe, anche il pizzicagnolo ha preso nomi ridicoli».

D'accordo. Ma qui si parla d'altro. Un giovane rumeno anni, forse solo o forse in branco, ha sequestrato e torturato una donna.
«Si sapeva che sarebbero arrivati, e in tanti. Sono persone che vengono da regimi tremendi. Per anni sono stati tenuti al gabbio, bastonati, una volta usciti si sono trasformati in cani ringhiosi. Azzannano, uccidono. Nessuna giustificazione, intendiamoci. Ma so che bisogna distinguere. Ho conosciuto rumeni e albanesi ai quali presterei casa mia. Uno fa il muratore, in patria era professore di storia delle religioni: uomo squisito, colto, con il quale non mi stancherei di parlare. Ma non sono tutti così. Molti altri fanno paura».

E con la paura viene la diffidenza, la voglia di armarsi, difendersi.
«Capisco. Provi a prendere la macchina, di sera, e girare per le periferie. Le case sono protette da grate e inferriate spesse così, dai primi agli ultimi piani. I romani vivono come “segregati”, sono loro i veri carcerati. Anche le riunioni di condominio si sono trasformate in piccole guerre domestiche. Un graffio alla macchina scatena istinti bellicosi, una perdita d'acqua rabbie inconsulte. Del resto, io ho subito quattro furti. Qualche anno fa, tornando da un pranzo di Natale, ho trovata la porta di casa mia letteralmente smurata, appoggiata da una parte. Ma tutto questo è niente di fronte alla violenza vera, alla crudeltà di cui sono capaci questi balordi. Rumeni e non. I cattivi escono di notte, come vampiri. Bestie che fanno cose bestiali».

A lei è successo niente di grave?
«Grazie a Dio, no, fino a ora. Sono simpatico, la gente mi vuole bene. Ma guai a dirsi sicuri. Ha visto cos'è successo a Tornatore e Sposini? E chissà quanti altri, magari meno famosi, hanno subito agguati simili. Certo, Roma è una metropoli, vi trovi di tutto. Ma l'emergenza mi pare una questione nazionale. Le rapine nel Varesotto, il muro di Padova, gli stupri a Bologna. Bisogna essere severissimi».

In altre parole?
«Applicare le leggi. O cambiarle, se necessario. Non puoi farla franca se ti metti a volante ubriaco fradicio e uccidi un povero cristo, o due o tre. Le pene sono miti, troppo. Vuole sapere la verità?».

Dica.
«Non si va mai dentro in Italia. Bisogna lasciare da parte il buonismo. Ecco, l'ho detto. La giustizia è ingolfata, troppo facile farla franca, non ci si mette mai dalla parte delle vittime. Come cittadino, voglio assoluto rigore. Il che non significa tolleranza zero o addirittura legge del taglione. Non chiedo l'ascia, ma una giustizia sicura. Poi, certo, mi domando perché questi giovani rumeni vengano tutti qui, solo qui. Nessuno che vada a cercare lavoro in Marocco o negli Emirati Arabi. Lì la polizia fa paura. Da noi no».
Da noi il governo si divide sul cosiddetto pacchetto-sicurezza.
«Non mi faccia parlare. Esigere pene certe non vuol dire essere fascisti. Vede, lo Stato ti rompe il c... se sbagli di 300 euro la dichiarazione dei redditi, ma poi i partiti si accordano sull'indulto. Già, l'indulto: la più grande ipocrisia degli ultimi anni. Ha creato solo lutti in tante famiglie».