«Noi rugbisti da copertina ma non viviamo di calendari»

È stato il più giovane capitano dell'Italia del rugby: Marco Bortolami ha portato per la prima volta la fascia, per dirla in termini calcistici, a 22 anni e l'ha indossata 37 volte. Oggi, che di anni ne ha 28, è una delle memorie storiche di una squadra che sabato affronterà l'Argentina a Torino nel secondo dei test match in vista del Sei Nazioni.
La vostra nazionale sta diventando sempre più popolare, ma qualche vecchio giocatore teme che si dimentichino i meriti delle precedenti generazioni: che ne pensa?
«Se le attenzioni nei nostri confronti sono aumentate, non è certo colpa nostra. Il merito di Giovannelli & C. è stato quello di permettere all'Italia di crescere fino ad essere ammessa al Sei Nazioni: il nostro merito è stato quello di avere vinto e pareggiato le prime partite nel torneo più prestigioso del mondo. I nostri meriti sono basati sui risultati, non sulla capacità di vendersi e basta».
Si parte e si arriva al cuore della gente solo grazie ai risultati, insomma.
«Esatto. Il nostro poi è uno sport particolare e molto duro: senza motivazioni vere, non ti verrebbe mai in mente di praticarlo. Non può essere solo una moda. Di sicuro, bisogna affrontare con intelligenza questa ondata di popolarità: dobbiamo fare in modo che cresca davvero l'interesse per il rugby, non comportarci come fenomeni da baraccone. Se non saremo capaci di farlo, la moda passerà e il nostro sport non crescerà mai».
C'è una ricetta per far sì che questo accada?
«Essere sempre ben coscienti del messaggio che si trasmette all'esterno: per quanto mi riguarda, recentemente ho rinunciato a fare un calendario e a pubblicizzare una linea intima. Non è quello il messaggio che voglio lanciare: non condanno chi lo fa, ma io sono un giocatore di rugby e voglio fare di tutto perché la gente si appassioni alla palla ovale, non a un nuovo modello di mutandine. Con tutto il rispetto, sia chiaro».
Quindi l'aspetto economico passa in secondo piano, giusto?
«Assolutamente. Ognuno è libero di fare le scelte che crede e si qualifica per quel che fa. Io gioco a rugby e do il massimo di me stesso su un campo di gioco».
Secondo lei perché il rugby affascina così tanto?
«Perché ce le diamo di santa ragione, ma all'interno di regole ferree e con la consapevolezza che, una volta finito il match, ci si stringe la mano e stop. Demagogia? Assolutamente no: il fatto è che nel nostro sport il rispetto per l'avversario lo impari da piccolo e te lo porti dietro sempre».