Noi, la tribù del «giro in macchina» fan della radica in lotta con le rotonde

Avete presente il film Cars? Il cartone animato della Pixar in cui tutti i personaggi sono automobili e camion? Qualche critico, recensendolo, ha parlato di «scenario apocalittico», di «sinistra profezia». Profezia un cavolo. Le nostre strade sono già così. Cioè, gli autisti per il momento ci sono ancora, ma sono sempre meno importanti rispetto al mezzo che guidano. Così al telegiornale si sente parlare di un'«auto pirata» o di «un camion che invade la corsia opposta», come se davvero fosse colpa delle macchine. In realtà, se davvero fossero le auto a decidere dove andare e come arrivarci, le strade sarebbero molto più sicure. Le macchine, si sa, tendono al razionale. Il problema sono invece gli autisti, categoria che dagli anni del boom in qua sembra aver subito un'autentica mutazione genetica. Personaggi che un tempo sembravano folkloristici (come un mio vicino che in una notte di tempesta aveva tirato giù dal letto moglie e figli per riparare dalla grandine, con coperte e asciugamani, la loro Fiat 131 color oro metallizzato) sono diventati la regola, in un mondo in cui un garage in centro costa quanto un monolocale. E pazienza se nel garage devi parcheggiarci una Ferrari, ma a volte spendiamo cifre assurde per ospitare un'auto che vale un decimo del posto macchina. È come se l'automezzo fosse diventato un auto-fine. E non può essere che così, dato che l'utilità dell'automobile è ormai praticamente azzerata da code a passo d'uomo, centri storici vietati, parcheggi a prezzi da boutique, targhe alterne e tutte le altre Piaghe d'Egitto che incombono sulla testa degli automuniti, non ultimo il più assurdo sottoprodotto del traffico stradale e della fantasia degli assessori: le maledette rotonde che, una dopo l'altra, stanno sostituendo gli incroci. Dall'alto le nostre città e paesi sembrano ormai un campo su cui un Ufo abbia tracciato i classici cerchi nel grano.
Diciamoci la verità, il fatto è che l'auto non serve più per andare da lì a là, dato che nove volte su dieci ci arriveremmo prima in treno o in autobus. Ricordo ancora la sera di una domenica d'estate in cui il taxi che doveva portarmi all'aeroporto di Napoli rimase bloccato in un flusso compatto d'acciaio che si muoveva alla velocità apparente di un metro all'ora. Chiesi all'autista il motivo di tutto quel traffico. Mi rispose che era normale, che era gente che dalla campagna veniva a farsi un giro per il centro di Napoli. Solo che, per l'assoluta mancanza di parcheggi, si limitava a girare in tondo per poi tornarsene a casa. Quella spiegazione mi fece capire che l'apocalisse non è più una cosa del futuro. Che l'uomo sta diventando un accessorio dell'auto, divinità capricciosa che in effetti qualche volta può anche rendersi utile, bontà sua, ma il cui scopo esistenziale è in realtà farsi adorare e servire. Così accettiamo di portarci a casa una tonnellata di lamiera che, appena uscita dalla concessionaria, già si svaluta del venti per cento. Imponiamo ai nostri figli pulizia e rispetto per plastiche e velluti scadenti. Ci infuriamo come lupi mannari per una precedenza negata o una rigatura sulla fiancata. E qualcuno arriva persino a sparare. Alimentiamo le nostre auto con liquidi che costano più della birra d'importazione. Paghiamo per una revisione più che per i nostri check-up. Ce la prendiamo davvero con la Finanziaria solo quando minaccia i nostri SUV o le nostre Euro 2. E non c'è limite al peggio. Un mio amico che in un anno percorrerà al massimo cinquemila chilometri, e tutti sulla tratta Udine-Pordenone, per Natale a sua moglie ha regalato un profumo, e alla sua auto invece un navigatore satellitare da 500 euro, con preinstallate le cartine di tutta l'Europa. «E su CD ho anche quelle degli Stati Uniti» mi ha detto, sorridendo. Io l'ho guardato e ho pensato con invidia al mondo di Cars: alla sua Opel Corsa che, libera da legami umani, se ne parte senza padrone per la Svezia o la California. L'unico modo in cui la poveretta potrà sfruttare tutti quei CD con le carte degli States.