Noi vecchi, intoccati dalla cagnara del ’68

Anche lei come me, come il suo amico Enzino Meucci, come Mario Cervi e altri, è più vicino ai 40 che ai 30. E allora, cosa sono queste storielle di Facci - il diavolo - e di Lussana - l’acqua santa -? Cari ragazzacci, il passato è prezioso e va tenuto da conto. Gli stessi Adamo ed Eva meritano di essere ricordati, non vi pare? Veniamo a noi «vecchiacci». Abbiamo «fatto» l’Italia, dovevate vedere cos’era la nostra Patria nel dopoguerra. Abbiamo fatto la Velasca, il Pirellone, l’Autosole, la Milano-Venezia, l’Adriatica, il mitico Settebello, la Metropolitana, San Siro, la Candy, la Star, l’Ignis. Abbiamo creduto nella libertà e vincemmo nel 1948, l’alternativa era un’Italia bulgara. Si lavorava sodo e così, sgobbando per i nostri nipoti - voi carissimi - in quegli anni frenetici vincemmo anche l’Oscar delle monete europee. La lira faceva aggio anche sulla sterlina. Dimenticavo, diversi di noi hanno anche «fatto» il Giornale. Chi scrivendoci, chi organizzando la diffusione e chi, come il sottoscritto, facendogli la pubblicità. E meno male che ora ci siete voi giovani, ma con la cabeza giusta. Voi, compreso il vostro brillante direttore, siete più vicino a noi che a certi vostri coetanei cialtroni.


Lei parla come un libro stampato, caro Romolotti. Libro che però si vende poco perché oggi quello che va è il «ricambio generazionale». Non l’avvicendamento, proprio il ricambio, come si fa con la biancheria. Vede, ai ricambisti non gliene importa un accidente che qualcuno abbia fatto le cose che lei elenca. Sono lì, le hanno trovate e manco ringraziano. A loro importa che i ricambiandi si tolgano di mezzo. E che nel frattempo la smettano di ravanare nei fatti attinenti alla loro o alle loro generazioni. Uno della generazione craxiana può menarla su Craxi e il craxismo fino allo sfinimento. Ma non sopporta che una manica di vecchiacci la meni su faccende di taglio storico o cronistico extragenerazionale. In particolare, i ricambiatori ce l’hanno con gli orfani del Sessantotto che seguitano a menarla col Sessantotto. E con i fascisti/antifascisti che seguitano a menarla col fascismo/antifascismo. Primo perché di quei fatti lì sai chi se ne frega, secondo perché rievocare avvenimenti fondanti di una generazione altro non è che un titillare antichi ricordi nella illusione di sentirsi ancora e sempre giovani. Boh. Sarà anche così, ma io me ne chiamo fuori. Si dà infatti il caso che per ragioni anagrafiche il fascismo l’abbia vissuto non dico da Balilla, ma proprio da Figlio della Lupa. Cadde, cioè, prima che smettessi i calzoni corti. In quanto al Sessantotto, c’ero, e avevo anche l’età giusta per «farlo». Però non l’ho «fatto». In quell’anno fatidico lavoravo al Messaggero e il mio direttore, Sandro Perrone, pur apprezzando, pur divertendosi alla cagnara sessantottesca, non si sognò mai di concederci - e Dio per questo lo benedica - la libera uscita per prendervi parte. E così mentre gli altri si divertivano, occupavano tutto l’occupabile, prendevano d’assalto Valle Giulia, sperimentavano le prime comuni e la promiscuità fra maschietti e femminucce con sottanone a fiori e baglionesca maglietta fine, bé, mentre ciò accadeva e capitava anche di darle e prenderle dai celerini, io stavo alla stanga. Sì, essendo il Messaggero locato nella centralissima via del Tritone, dalle finestre qualcosa vidi: cortei, arrembaggi, cose così, insomma. Ma il Sessantotto in quanto «sotto il pavé la sabbia», «vietato vietare», «siate realisti, chiedete l’impossibile», «una risata vi seppellirà», quello no: un s’ebbe tempo, per dirla come quel tale.