«Noi vicini e amici, due volte sconvolti»

Alessia Marani

Cancello chiuso, riparato per «l’occasione», ieri, al «Flowers Village» di via Sentiero del Bosco, a Grottaferrata, dove la sera della vigilia dell’Epifania s’è consumata la tragedia dei coniugi Cerrini, Marco e Rossana, 61 e 60 anni, freddati con cinque colpi di revolver sull’uscio di casa. Quando ieri mattina s’è cominciato a sapere che lo spietato killer non era altri che Claudio Valerio Amorosetti, l’anonimo e schivo vicino della coppia, coetaneo e ex amico del loro figlio maggiore, Matteo, i residenti hanno rimesso in funzione la cancellata, sbarrando di fatto l’ingresso a cronisti e curiosi. «Siamo sconvolti, doppiamente sconvolti - taglia corto una delle inquiline dei 26 villini del comprensorio privato immerso nel verde -. L’uccisione di Marco e Rossana ci ha sprofondati in un immenso dolore, ma che addirittura il loro assassino fosse uno dei nostri ragazzi è un colpo davvero forte da incassare. Ognuno di noi vivrà col rammarico, l’angoscia di non avere capito, di non avere potuto o saputo fare niente per evitare una simile tragedia». Nel residence listato a lutto il giallo degno di «Miss Murple» è stato risolto in meno di 48 ore. Sebbene all’inizio, le indagini si fossero concentrate sulla situazione economica e professionale dei coniugi Cerrini. Marco negli anni ’70 aveva dato vita a una delle prime catene d’ingrosso e vendita al dettaglio di capi d’abbigliamento nella Capitale, la Ciemme. Poi gli affari al volgere degli anni ’80, avevano cominciato a subire un brusco arresto. Fino al declino, a una serie di fallimenti, all’indebitamento coi creditori. Quella del regolamento di conti, magari in ambienti usurai, appariva come la pista più logica da seguire. Invece, il colpo di scena.
«Ci rendiamo conto - spiegano gli investigatori del nucleo operativo di via In Selci che hanno condotto l’inchiesta coi colleghi di Frascati - che all’appello tra vicini e parenti da ascoltare mancava proprio il giovane. L’unico che si era allontanato dal residence fin dal mattino. Da un rapido riscontro al centro dati viene fuori poi che nella villetta dove risiede, il padre ha regolarmente denunciato una collezione d’armi, fucili e pistole, tra cui una Smith & Wesson compatibile con la P 38 che ha sparato. Verso le venti andiamo a prelevarlo dal bar dove lavora, in via delle Coppelle a Roma e lo portiamo in caserma, al provinciale». Claudio Valerio non si oppone affatto. Non fa resistenza, non dice una parola e sale sull’auto dei carabinieri. Non ha un alibi «di ferro». Anzi. Ammette tranquillamente: «Ero stanco, solo, e quella sera sono andato a dormire abbastanza presto, verso le nove». E le liti con Matteo? Qualche tempo fa Claudio gli aveva sferrato un pugno in pieno volto. Poi il 26 di dicembre, il giorno di Santo Stefano era andato a cercarlo a casa, senza trovarlo. «Quand’eravamo ragazzini - spiega Matteo ai militari - giocavamo sempre insieme, eravamo compagni di scuola pure al liceo scientifico. Ma lui covava risentimento nei miei confronti». Una ragazza «contesa» ai tempi del liceo, i caratteri opposti: Matteo sempre così brillante, aperto, amico di tutti, una famiglia unita e che gli voleva bene alle spalle; lui, Claudio, schivo, introverso, ombroso. «Lo vedevamo salire sulla sua 500 blu al mattino e andare al lavoro - raccontano altri vicini -. Il fratello maggiore, Giulio, lo difendeva sempre, forse aveva capito quanto potesse essere fragile. Parlava poco, ogni tanto andava da uno psicologo. Il padre? Armando (denunciato per omessa custodia delle armi, ndr) gestisce il bar delle Coppelle, ultimamente era andato via di casa con una nuova compagna, una straniera all’incirca coetanea del figlio». Per Claudio «punire» Matteo era diventata un’ossessione. «Sono stato io, ho sparato io contro i suoi genitori - confesserà in nottata -. Volevo uccidere lui, anche a Santo Stefano ero armato e non l’ho trovato. L’altra sera quando mi hanno detto che non c’era un’altra volta, ho aperto il fuoco contro il padre e la madre».