«Noi vittime due volte, dei terroristi e dello Stato»

Il figlio di Coco: «Mia madre ottenne la pensione solo perché telefonò al presidente della Repubblica»

Stefano Zurlo

Sullo sfondo ci sono il sangue e la morte degli anni di piombo. In primo piano, le vite affannate di chi è rimasto: gli orfani, le vedove. Muti, silenziosi, lontani dai bagliori della cronaca. I sopravvissuti non fanno notizia. Al massimo i mass media pongono loro la solita ottusa domanda: «È disposto a perdonare gli assassini di suo marito o di suo padre?». E invece questi uomini e queste donne di cose da raccontare ne hanno tante. Tantissime. Il dolore, anzitutto, che ancora, a distanza di anni, li imprigiona; le umiliazioni patite: tante, troppe, piccole e grandi, pungenti come spilli; lo spaesamento provato nel vedere gli assassini di ieri coccolati, riveriti, ambiti. E poi l’odio verso quel nemico cieco e implacabile chiamato burocrazia, che tutto livella e niente rispetta e finisce col calpestare anche quel po’ di memoria residua.
Dopo tanti saggi e pamphlet di ex Br e Prima linea ora saltiamo dall’altra parte del bancone e ascoltiamo loro; venti storie messe in fila da Giovanni Fasanella e Antonella Grippo: I silenzi degli innocenti (Bur, 252 pagine, 9,50 euro). Un documento impressionante che colma un vuoto nella memorialistica e ci fa conoscere meglio l’Italia. Di ieri e di oggi. Venti storie di cui offriamo al lettore alcuni frammenti.
Il figlio del procuratore
«Sono Massimo, il figlio di Francesco Coco, Procuratore generale della repubblica a Genova, assassinato dalle Brigate rosse l’8 giugno 1976. Oggi mi dicono che dovrei perdonare i suoi assassini. Va bene, d’accordo, dobbiamo essere clementi. Ma prima, per favore, posso sapere chi fu a ucciderlo? Posso conoscere almeno nomi e cognomi dei macellai che hanno sconvolto la mia vita e quella dei familiari?... Tempo fa qualcuno mi ha detto: “Mi dispiace parlare di queste cose, non vorrei, dopo tanto tempo, riaprirle una vecchia ferita”. Nessuno ha questo potere, semplicemente perché quella ferita non si è richiusa mai. È un dolore che mi porto dentro da così tanto tempo che sento come un’abitudine alla sofferenza, un’abitudine al ricordo».
La sofferenza. E lo Stato che quasi mai è all’altezza, anzi sembra arrossire nel ricordare, frettolosamente, furtivamente, chi ha sacrificato la vita per un ideale più grande e per una lealtà verso le istituzioni: «Mia madre non immaginava certo di vedersi consegnare una medaglia d’oro al valor civile quasi per posta: “Dottoressa, ambasciator non porta pena, mi hanno detto di consegnarle questo”, sentii dire una mattina da un maresciallo dei carabinieri sulla porta di casa. Mia madre aprì un pacchetto e trovò una medaglia d’oro al valor civile. Uno schiaffo alla memoria e alla lealtà di mio padre, un gesto scortese, irrispettoso, che ci ferì molto».
Non fu l’unico: «Per avere la pensione di mio padre, abbiamo dovuto attraversare un iter inimmaginabile, di ritardi e burocrazie. E alla fine ci fu data solo perché mia madre telefonò direttamente al presidente Leone ricordandogli che lei aveva dei figli da crescere».
Possibile? Una catena di sofferenze e incomprensioni. Perfino al processo: «Il processo fu istruito da Giancarlo Caselli. Ricordo che venne a casa a parlare con mia madre “Quel giorno suo marito è uscito?” le chiese. “Sì, è andato da una conoscente, un’amica di famiglia”, gli rispose. Ma lo vide scrivere nel verbale: “Era uscito a prendere messa”. Mia madre replicò: “No, non è andato a messa, è andato in visita da una conoscente”. E lui: “Signora, non si preoccupi, poi sistemo io”. Lo si voleva far passare per quello che non era. Un cattolico integralista, un fascista. Ma che senso ha un interrogatorio condotto in quel modo? Caselli dava a volte l’impressione di avere una sua idea in testa di lasciarsi guidare solo da quella».
Massimo Coco è durissimo. Non salva nessuno. E, anzi, approfitta dell’occasione per fare a pezzi le giustificazioni e le bandiere insanguinate di una generazione: «Ricordo Renato Curcio giustificare, in un’intervista, la sua scelta della lotta armata dicendo che aveva vissuto come un trauma la strage di piazza Fontana. E io mi sono detto: “Ma allora, il giorno del mio sedicesimo compleanno, io che cosa avrei dovuto fare? Prendere un mitra e sparare a casaccio?”. E, invece, io vorrei solo essere lasciato in pace, non essere chiamato continuamente a puntualizzare qualcosa sul ruolo o sulla figura di mio padre. Non sentire qualcuno che pontifica sulla necessità del perdono, o qualcun altro che si secca se reclami un diritto previsto dalla legge. Carnefici e vittime sono entrambi protagonisti della storia, ma in modo molto diverso, che andrebbe costantemente sottolineato. I terroristi erano dalla parte sbagliata. Eppure, oggi sembra il contrario. In un qualsiasi libro di storia delle superiori ci sono i nomi dei principali brigatisti, fra le vittime, invece, si ricorda solo Aldo Moro. Si tende a comprenderli, a giustificare le loro scelte e i loro atti. Neppure per il perdono si usa la stessa misura. Perché nessuno chiede alle vittime di mafia di perdonare gli assassini?».
Gambizzato, non intimidito
«Sono Maurizio Puddu. Le Brigate rosse mi spararono alle gambe il 13 luglio 1977». A Torino. Un primo colpo, un secondo, poi un’altra interminabile sequenza mentre era a terra e implorava: «Per favore, basta». «Da quando mi caricarono sull’ambulanza, passò un quarto d’ora prima che arrivassi al Mauriziano. Giornali, radio e televisione erano già stati avvisati. Ricordo Ezio Mauro – oggi direttore di Repubblica, allora cronista d’assalto della Gazzetta del popolo, l’altro quotidiano di Torino – correre col registratore dietro la barella, per farmi delle domande, prima anocra che mi portassero in sala operatoria».
Puddu, colpito all’arteria femorale, si salvò in modo quasi miracoloso. E fondò l’associazione italiana delle vittime del terrorismo, di cui è presidente. Da subito notò che il mondo si era rovesciato: «Fastidio intorno a noi. Comprensione, invece, per gli ex terroristi. Una volta mi contattò una suora che perorava la causa di Valerio Morucci e Adriana Faranda, due brigatisti del caso Moro. Ci incontrammo in un bar. Dal suo atteggiamento pensai addirittura che non fosse una vera suora. Mi faceva strane domande, era come se avesse delle informazioni e le voleva controllare. Ebbi la sensazione che fosse vicina ai Servizi. Comunque, voleva che incontrassi Morucci e la Faranda e che li aiutassi, concedendo loro una qualche forma di riabilitazione». Puddu, magnanimo, accettò e la Faranda gli parve sincera. Segno che il sangue versato non ha saturato l’orizzonte. Qualcuno è stato capace di andare oltre le ferite e i lutti incisi nella carne, altri no. Vanno tutti rispettati. Puddu sottolinea anche il messaggio lanciato da Luciano Violante: «Si spese per un gruppo di brigatisti detenuti a Rebibbia. Me li fece conoscere. E anche in quel caso, la mia sensazione fu che, attraverso quell’incontro, Violante volesse far avere all’opinione pubblica un qualche segnale di pacificazione».
Gli occhi di Curcio
Giovanni Berardi è il figlio di Rosario Berardi, il maresciallo della Questura di Torino ucciso dalle Br il 10 marzo 1978. Berardi è ancora più affilato di Coco: «Non ho mai cercato un contatto diretto con gli ex brigatisti. Nè mai lo farò. Gli ex terroristi sono coccolati e protetti. A noi vittime, invece, è negato ogni spazio. Personaggi come Valerio Morucci e Prospero Gallinari continuano a sfornare libri che sembrano monologhi. Gallinari addirittura è venuto a Torino a parlare alla Città della gioventù e Renato Curcio è venuto a discutere della legge Biagi all’università, dove ci sono stati morti ammazzati e ferimenti, senza ombra di pentimento nei suoi occhi, con la stessa logorrea e la saccenza di quando urlava dalle gabbie del processo di Torino».
La tragedia di Sabbadin
«Adriano Sabbadin. Questo è il mio nome. Cesare Battisti è invece il nome del “proletario armato per il comunismo” che, con altri complici assassinò mio padre, Lino Sabbadin. Accadde a Santa Maria di Sala, in provincia di Venezia. Era il 16 febbraio 1979... L’omicidio fu rivendicato il giorno dopo dai Pac, Proletari armati per il comunismo. Ma che c’entravamo noi col comunismo, con la lotta armata, con la rivoluzione?». La risposta la diedero i carabinieri: «Si trattava di una banda che faceva rapine per autofinanziarsi». Lasciando dietro di sé rovine e morte. Fino all’agghiacciante epilogo il 12 maggio 1980: «Il vicequestore Alfredo Albanese, dirigente della Digos, venne a casa a farci vedere delle foto. Sentiva di essere vicino alla cattura degli assassini di mio padre. Ma il giorno seguente, mentre ero in macchina, sentii per radio che l’avevano ammazzato a Mestre». Le Br lo definirono «mercenario», perché il povero Albanese avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza di un vertice internazionale. Ma Sabbadin scuote la testa davanti a quella rivendicazione: «Francamente dubito che lo avessero ammazzato per quel motivo. Quando era venuto a trovarci, Albanese aveva già individuato gli assassini di mio padre». Dubbi, coincidenze e domande senza risposta restano intatti dopo un quarto di secolo. E più.
Alla ricerca del padre
Il viaggio fra le croci non può trascurare casa di Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista del Corriere della Sera ucciso a Milano il 28 maggio 1980. Offre due flash terribili. Il non ricordo, privato, del padre; l’espropriazione, pubblica, del padre. La memoria, privata: «Avevo solo tre anni e mezzo quando papà fu ucciso. Il primo ricordo della mia vita è successivo all’omicidio, è il funerale: il corpo di papà nella bara. Mi dissero di salutarlo per l’ultima volta. “Dai l’ultimo bacio a papà”, questa frase mi è stampata nella mente». L’immagine, pubblica: «Resta la sgradevole sensazione che per molti anni mio padre sia stato più utile da morto che da vivo. È diventato un’icona da deporre sull’altare dei santi martiri sia del Corriere della Sera che del Partito socialista. Purtroppo, per anni si sono aggirati gli avvoltoi a spartirsi le spoglie del cadavere».