«Noi, vittime di Fidel e della solitudine»

Ora scrive un libro sulle guerre segrete di Castro: «C’è chi ci accusa addirittura di essere della Cia e mercenari»

«Gli intellettuali e gli artisti cubani? Rispetto a tutte le dittature latinoamericane l’esilio dei dissidenti non allineati al regime è stato il più vilipeso e incompreso. Ogni volta che decidiamo di far sentire la nostra voce e denunciare le atrocità perpetrate da Castro ci chiamano fascisti, anche in Italia. Ma ora le cose stanno cambiando».
Carlos Carralero sbotta tutto d’un fiato. Ha il dente avvelenato contro Castro, «El Comandante», l’ultimo leader comunista capace di suscitare passione estreme: c’è chi lo ama come un profeta chi lo odia come un dittatore sanguinario. Rifugiato politico con un passato di battaglie per i diritti umani, dopo aver organizzato due manifestazioni pacifiche nella Cuba dell’“Infidel”, Carralero è stato costretto ad abbandonare l’isola per evitare una condanna a dieci anni di reclusione. Vive a Milano dal 1995, dove ha fondato l’associazione «Unione per le libertà a Cuba». Attualmente sta scrivendo un saggio sulle guerre segrete di Castro in Africa, America Latina e Asia. Lo abbiamo incontrato al Festival della Modernità che si è chiuso di recente a Villa San Carlo Borromeo a Senago.
Perché tanto odio nei confronti di Castro?
«Chi lo conosce lo chiama “Infidel l’Olocaustro”. Il suo trono, usurpato alla democrazia da quasi mezzo secolo, anche in momenti di profonda crisi ha trovato l’appoggio dei suoi complici sia all’interno del Paese che all’estero, tanto che lo hanno aiutato a risalire la china».
La censura a Cuba persiste...
«Castro ha saputo strumentalizzare i media in modo straordinario. Gli servivano come rampa di lancio per la sua immagine. Usava i mezzi di comunicazione in modo sistematico e capillare. Cuba fu il secondo Paese al mondo ad avere la tivù a colori. L’uomo ha poi saputo usare l’antiamericanismo in modo efficace, era un mago nel manipolare la realtà e dare di Cuba un’immagine sfalsata non solo all’estero. Potrei citare un’infinità di casi. Nella primavera del 2003, in un processo senza garanzie costituzionali, decine di giornalisti e attivisti che organizzavano biblioteche indipendenti nelle loro case furono arrestati con pene fino a 26 anni. Il loro unico “delitto” fu di raccontare la verità in libri che poi sarebbero stati censurati».
Come siete organizzati voi esuli a Milano?
«Siamo in contatto con le varie comunità sparse nel mondo. Collaboriamo attraverso riviste e case editrici. Stiamo lavorando sodo per fare sentire la nostra voce».
Non ha paura?
«Tutto può accadere, anche il dissidente bulgaro Georgi Markov fu ucciso a Londra con la punta di un ombrello avvelenato... Certo, i tempi sono cambiati, i castristi sono più soli senza l’Urss che non c’è più. Quello che però mi preme dire è che a differenza degli altri latinoamericani, noi cubani siamo vittime della solitudine, ripudiati perfino dai nostri colleghi latini. Qualcuno addirittura ci accusa di essere agenti della Cia e mercenari. Ma ci sarà il giorno in cui Castro sarà giudicato dalla storia. Da parte mia propongo di includere il castrismo in quella che si potrebbe chiamare “L’Enciclopedia dell’Infamia”».