«Noi vittime trattate peggio degli assassini»

Lorenzo Conti diserta le commemorazioni: «Di tanto in tanto lo Stato ci scongela, ma in tutti questi anni ci ha abbandonato

da Milano

Non è andato a Roma per il Giorno della memoria. «Hanno invitato i miei fratelli, non me - spiega Lorenzo Conti, figlio di Lando, l’ex sindaco di Firenze ucciso dalle Brigate rosse il 10 febbraio 1986 - comunque io non mi sarei mosso da casa».
Perché?
«Perché io esigo almeno il rispetto e il rispetto le istituzioni non me l’hanno mai dato. Invece gli uomini delle istituzioni sono prodighi di attenzioni per chi sparava. Io non mi faccio prendere in giro».
Due pesi e due misure nella nostra società?
«Sì, almeno sul versante dell’album di famiglia della sinistra. Basta aprire i giornali. Ogni giorno c’è un Curcio, un Franceschini, una Baraldini che pontifica a convegni, trova editori illustri per i propri libri ben reclamizzati, riceve borse di studio. Noi...».
Voi? Voi parenti delle vittime?
«Noi siamo stati dimenticati. Quanti parlamentari o ministri hanno perso due ore del loro tempo prezioso per andare a trovare i figli di uno dei tanti carabinieri o poliziotti uccisi dai terroristi? A casa nostra, non è mai venuto nessuno».
Oggi la sensibilità sta cambiando.
«Mah. Nella legislatura appena terminata ho ricevuto un doppio schiaffo: Sergio D’Elia, che fu uno dei capi della struttura toscana di Prima linea, è stato eletto parlamentare, poi, come se non bastasse, è diventato segretario d’aula alla Camera».
Questa volta non è stato ricandidato. Non è un segno di quel rispetto che lei e altri chiedono?
«Solo all’apparenza, perché poi fra i Radicali eletti nelle liste del Pd c’è Elisabetta Zamparutti, sua moglie».
Le responsabilità sono personali. Non le pare?
«Certo, ma questa signora ha elogiato pubblicamente il marito dicendo che si è sempre battuto per la vita. Ma perché ci offendono in questo modo?».
Ma lei cosa vorrebbe? Chi sparava dovrebbe essere emarginato per sempre dalla società?
«Ma no, ha tutto il diritto di reinserirsi, ci mancherebbe. Però la riabilitazione è un’altra cosa. Quella, e la mia non è ironia, spetterebbe a noi che portiamo sulla pelle cicatrici indelebili. E invece siamo relegati nel limbo. Poi, una volta l’anno o giù di lì, ci scongelano per la solita cerimonia. Troppo comodo».
Lei non vuole chiudere il passato?
«Lo Stato dovrebbe dialogare con noi, prima di seppellirlo. L’ho detto: chiedo rispetto. Lo so io cosa abbiamo passato: mio padre fu ucciso ventidue anni fa e dalla sera alla mattina la mia famiglia, benestante anzi ricca, si trovò in una situazione difficilissima. Facile dare una pacca sulla spalla e dimenticare: io e i miei fratelli avevamo vent’anni. Non sapevamo nulla dell’attività paterna. Fummo costretti a chiudere le due concessionarie di famiglia e a licenziare 150 persone. Fummo costretti a vendere la villa al mare, con tutti i nostri ricordi e tante altre cose. Quel gesto condiziona la mia vita minuto per minuto. Mi spiace, ma per me quel dramma non rappresenta il passato, ma il presente. Invece, nessuno ci ha chiesto niente».
Come si esce da quella stagione?
«Rispetto e verità: ma la verità non interessa. Gli ex terroristi sono corteggiati come star: le Regioni rosse sono piene di consulenti che provengono dalla lotta armata. Aprono cooperative col meccanismo delle scatole cinesi per dare loro lavoro. Dall’altra parte c’è il povero Silvano Burri, 25 anni, che non viene assunto dallo Stato, anche se è il figlio di una delle vittime della strage di Bologna, perché è nato dopo il massacro e la sua posizione non è contemplata dalla legge».
Oggi sappiamo molto degli anni di piombo.
«Sempre troppo poco. Io per esempio non so chi ha sparato a mio padre. Erano due, ma di fatto è nebbia: sui mandanti, e sugli esecutori. Cristianamente il perdono arriva dopo il pentimento e la penitenza. Qua invece si parte dalla fine, anzi si confonde il perdono con il perdonismo. Forse perché a sinistra sanno che quei ragazzi non erano mele marce ma l’espressione di una cultura diffusa».