«Per noi vittime la vita è un inferno»

MilanoSi aggrappa ad un’immagine felice: «Presto nascerà la mia prima nipotina e io spero tanto che abbia gli occhi azzurri, bellissimi, del mio Ezio». Ezio che non c’è più dal 20 luglio ’99, quando fu ucciso a bruciapelo da un rapinatore all’interno della sua gioielleria, alla periferia di Milano. Maria Rosa Bartocci, la vedova, (nella foto col marito) è gentilissima ma si capisce che quel dramma è un macigno che non si vuol spostare. «Io non so - riprende - come sia maturata la tragedia di Massimo Mastrolorenzi, ma dopo un fatto del genere la vita non è più la stessa».
Un attimo. Suo marito fu ammazzato, Mastrolorenzi reagì e sparò a due rapinatori. Non è diverso?
«Fino a un certo punto. Noi eravamo contrari all’uso delle armi, per me impugnare la pistola era e resta un errore. Però non si può criminalizzare una reazione forse eccessiva».
A Mastrolorenzi era stato contestato il duplice omicidio volontario.
«Ma come si fa? Io non sono un avvocato ma come si può contestare ad un uomo che viene aggredito mentre fa il suo lavoro un reato così grave? Questi giudici non si rendono conto che così torturano chi ha già subito un’esperienza devastante. Forse non sanno che uccidere è già una pena, un castigo che uno si è dato da solo, uno choc terribile che ci si porterà dietro per tutta la vita».
L’orefice di Roma ripeteva che quei due potevano essere i suoi figli.
«Appunto. Uno non è più lo stesso. Chi non è abituato a sparare, vede il proprio ordine andare a rotoli, capisce che forse ha sbagliato, non è un delinquente, ci mancherebbe, ma ormai quel che è fatto è fatto».
Che cosa avrebbero dovuto fare i magistrati di Roma?
«Va bene contestare l’eccesso di legittima difesa, ma poi dovevano chiuderla lì. Un errore si paga: è successo ai Maiocchi, qui a Milano, che ho anche conosciuto, e a Giovanni Petrali, il tabaccaio. Fine».
Ma se le imputazioni cambiano e si susseguono nell’arco di cinque, sei anni?
«È una tortura insostenibile, ma lo Stato che vuole da noi? Gli stupratori, invece, come quello di Napoli che l’altro giorno ha violentato un bambino, sono sempre in giro anche se hanno dei precedenti. Perché loro sì e noi onesti cittadini che abbiamo solo reagito, e glielo dice una che è contraria all’uso delle armi, no? Perché se la prendono sempre con noi?».
Mastrolorenzi aveva picchiato a sangue la convivente prima di impiccarsi. È quella la causa scatenante?
«Mah. Non credo. È solo la scintilla».
Bisogna tornare indietro nel tempo?
«Sì, perché la vita dopo una rapina di quel genere non è più come prima. Per tantissime ragioni. Io ho visto quel delinquente, David Moneypenny, appoggiare la canna della pistola alla spalla di mio marito e fare fuoco a bruciapelo, mentre Ezio era immobile. Mi è morto davanti. Ma è stato solo l’inizio».
Poi?
«A novembre, quattro mesi dopo, ho venduto, anzi svenduto la gioielleria. Non avevo più la testa, non volevo più parlare con i clienti, ero stufa. E dentro avevo e ho questo buco profondissimo. Però, per fortuna, insieme ai miei figli ho trovato la forza di andare avanti. Il dolore ci ha cementati e adesso la vita ricomincia con la nipotina in arrivo. Ma non sempre è così. Forse il povero orefice di Roma, davanti a questa disgrazia e a quel che ne è seguito, si è sfaldato, non ha retto, è andato alla deriva. Io stessa mi sono trovata in una situazione paradossale».
Quale?
Luciano Carmeli, uno della banda, ad un certo punto è stato scarcerato. Per motivi di salute».
Lei come l’ha presa?
«Male. Molto male. Lui era tornato, addirittura, nel nostro quartiere. In via Padova. Ho chiesto spiegazioni, mi hanno risposto che stava malissimo. Può morire, ho replicato, in un letto del carcere di Opera che è pure attrezzato. Niente da fare. È morto fuori. Mi dicono per ragioni umanitarie: ma la pietà senza giustizia non è più umana».