Il nome come logo: storia della street art

Adorati dai giovani, odiati dalle istituzioni e ambiti dal mercato dell’arte. Il fenomeno dei <em>graffiti writing</em> non può essere catalogato facilmente, ma si attesta come una delle più importanti sottoculture degli ultimi 30 anni

Milano - Scegliere un nome e scriverlo sempre, dovunque e a qualunque costo: un concetto semplicissimo su cui si basano tutti i murales, meravigliosi e orrendi, che infestano senza pietà muri, treni e qualunque superficie urbana residua. Stregato dai muri del centro sociale Leoncavallo, l'ex assessore meneghino alla Cultura Vittorio Sgarbi aveva addirittura parlato di "museo del contemporaneo".

Quando il nome diventa logo In realtà i graffiti writing vengono fin troppo spesso confuso con i murales. E' una creatività diversa che trasforma il nome in logo. Per la prima volta in Italia, Alessandro Mininno ha messo insieme un volume che apre una finestra sul mondo dei writers e lascia che siano proprio loro a parlare di tag, lettere e azioni vandaliche. Senza filtri e senza banalizzazioni, in modo diretto e trasparente Graffiti writing - Origini, significati, tecniche e protagonisti in Italia (ed. Mondadori Arte, pagg. 240) pone al centro dell’attenzione mediatica questi incomprensibili segni che affollano i muri delle nostre città.

Lo scontro istituzionale Adorati dai più giovani e odiati dalle istituzioni, ambiti dal mercato dell’arte e studiati dalla polizia. Il fenomeno non può essere facilmente catalogato. Ne sono prova gli omini stilizzati di Keith Haring, che negli anni Ottanta invasero le metropolitane di New York, e la street art satirica dell'inglese Banksy, che recentemente ha colorato sui muri di Londra e di diverse città del mondo. In Italia il fenomeno, va detto, ha assunto toni più contenuti. E, di arte, difficilmente si riesce a parlare. Resta il fatto che nessuno fino ad ora aveva tentato un’analisi approfondita delle forme e delle modalità con cui questo fenomeno si è manifestato e si è sviluppato nel Belpaese.

La storia del writing Le guide di Milano non segnano tra i luoghi da visitare il centro sociale Leoncavallo (da anni sotto sgombero) né, tanto meno, la centrale via Bramante. I muri di entrambe le vie sono graffiate di murales che difficilmente possono essere annoverati come "atti vandalici". Purtroppo di esempi come questi ve ne sono pochi anche se, negli ultimi anni, il writing è cambiato tra forti politiche di repressione e incoraggianti progetti pubblici. L’estetica delle detestate tag, la ricerca formale nelle lettere, l’inossidabile fascino dei treni dipinti vengono raccontati da un punto di vista interno, illustrati attraverso più di 250 fotografie di prima mano che testimoniano una creatività diffusa, tanto potente quanto disprezzata.

La storia dei graffiti writing Dall’approccio storico al controverso rapporto con le istituzioni, dall’evoluzione dei materiali utilizzati (non solo spray ma pennarelli, pietre, acidi) alla documentazione, indispensabile per fermare nel tempo delle opere che, per natura, sono effimere e spesso durano una sola notte. Il volume contiene inoltre una panoramica esauriente sulle linee ferroviarie italiane, oggetto di migliaia di incursioni illegali ogni anno da parte dei writers italiani e dei turisti, e una sterminata collezione di muri, opere collettive realizzate spesso su commissione nel corso di settimane di lavoro. Si tratta dell’analisi puntuale di una delle più importanti sottoculture degli ultimi trent’anni, che resiste nel tempo e che non accenna a scomparire né a perdere vigore, nonostante repressione e cancellazione. E' la cronaca di una rivolta, spesso inconsapevole, contro la saturazione pubblicitaria dello spazio pubblico e la dittatura della tinta unita.