In nome del popolo, tutti detenuti in attesa di giudizio

Caro amico, a proposito di magistrati schierati, vorrei tornare sull’argomento sollevato dal lettore Roveri al quale ha dato risposta Mario Cervi. Lei lo ha visto In nome del popolo italiano, dove si narrava del magistrato Tognazzi che condannava per omicidio, in base a supposizioni e, soprattutto, a imperante ideologia di sinistra, il palazzinaro Gassman? Alla fine del film, pur in possesso delle prove a discolpa dell’imputato, il magistrato le distruggeva pur di non ammettere il proprio torto o, per meglio dire, pur di veder trionfare le proprie idee a discapito di ciò che per lui era assurto a simbolo del proprio odio di classe. Il tutto non le pare attualissimo e di facile rapporto con i giorni nostri?
Mantova

Ho visto e rivisto pochi giorni fa quel film, caro Evoldi. La cosa più spavalda che ho letto su In nome del popolo italiano è una frase buttata là da Alberto Crespi sull’Unità: «Un film che anticipa Tangentopoli». Detto di una pellicola dove un magistrato distrugge le prove a discarico pur di condannare un presunto tangentaro, be’, niente male. Io non so se si possa dire che In nome del popolo italiano sia attualissimo, caro Evoldi; però, come vede, per qualcuno lo fu al tempo di Mani Pulite. Ciò che mi ha sempre sorpreso è che la Magistratura, così solerte nel difendere la propria illibatezza, non abbia fatto fuoco e fiamme quando il film andò in sala. Chissà, forse perché fu subito ascritto al genere della commedia all’italiana (e in un certo senso...) o forse perché i magistrati, tutto è possibile, si riconobbero nella figura del giudice istruttore Mariano Bonifazi, interpretato da Tognazzi. Toga rossa, su questo non c’è dubbio: ciò che lo spinge a bruciare il diario della vittima che avrebbe pienamente scagionato l’industriale Lorenzo Santenocito (Gassman) è lo sventolare di tricolori, le urla di gioia e di trionfo dei tifosi per la vittoria degli Azzurri sull’Inghilterra. Per il magistrato una espressione dell’allora deprecato nazionalismo - siamo nei primi anni Settanta - e dunque dell’animo reazionario se non proprio fascista di quel popolo in nome del quale condannerà colui che ai suoi occhi meglio lo rappresentava: il ricco industriale con la Ferrari. Il film è anche interessante e stavolta sì, attuale, perché mette bene in luce il lato ambiguo della Giustizia: lo strapotere dell’accusa nei confronti della difesa, addirittura annichilita quando l’indagato non ha un alibi («Sa chi sono coloro che hanno un alibi sempre pronto? I delinquenti! Io non ho alibi!», protesta Lorenzo Santenocito). Senza dire della condanna gratuita, Bonifazi si comporta non da giudice istruttore, ma da inquisitore incurante del fondamentale principio, garantito dall’articolo 27 dalla nostra Costituzione che come diceva Scalfaro è «la più bella del mondo»: l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Certo, rivedendo In nome del popolo italiano (e magari Detenuto in attesa di giudizio, altra «commedia» di Nanni Loy con Alberto Sordi) viene la pelle d’oca a pensare che sono passati quasi quarant’anni e il sistema giudiziario è ancora quello che, salvo eroiche e non limitate eccezioni, mira non tanto ad accertare i fatti, quanto a «incastrare» l’imputato. Cosa più facile a farsi - serve ripeterlo? - se inquirente e giudicante appartengono allo stesso corpo e se la difesa è costretta a pietire, spesso inutilmente, i suoi sacrosanti diritti. Scherzava, ma poi mica tanto, il grande Francesco Carnelutti, principe del foro e sommo giurista: «Se ti accusano di aver rubato la Madonnina del Duomo di Milano non metterti a ridere, ma per prima cosa scappa in Svizzera». Siamo ancora lì. E lo saremo finché questa benedetta riforma della magistratura non sarà varata. Varata ora, adesso, subito, se Berlusconi decidesse di portare a termine questa legislatura. Immediatamente dopo la convocazione delle Camere se invece impugnasse la ramazza e mandasse - magari! - tutti a casa.