Nomine Rai, fallisce il primo blitz dell’Unione

Fabrizio de Feo

da Roma

Fumata nera. La riunione del consiglio di amministrazione della Rai («informale», visto che il presidente Claudio Petruccioli non ritiene di aprirla ufficialmente) si risolve in un nulla di fatto. E alla fine, di fronte all’impossibilità di uscire dallo stallo, i nove consiglieri decidono di aggiornare la seduta alla prossima settimana.
Nelle stesse ore la politica continua a incrociare le spade sull’«editto bolognese» con cui Massimo D’Alema ha annunciato l’epurazione di Clemente Mimun e Mauro Mazza. Una dichiarazione grave e infelice su cui dentro la stessa Unione si aprono crepe. «È molto sgradevole, anzi inaccettabile, il clima nei confronti di un professionista come Mimun» attacca Daniele Capezzone. Ma in serata il ministro degli Esteri non solo non ritiene opportuno fare marcia indietro ma addirittura rilancia al tavolo della polemica. «Sulla Rai non ho mai fatto liste di proscrizione» dice D’Alema. «La destra sì che occupò la Rai in modo spietato con tanto di pulizie etniche. Da loro non accetto lezioni di liberalismo. E anche ora se noi facciamo una buona iniziativa di politica estera, la si fa commentare a Casini». Poi l’affondo sulle strategie aziendali: «Ritengo che la Rai vada in parte privatizzata distinguendo una parte finanziata dal canone senza pubblicità e una parte commerciale da mettere sul mercato. So che questa idea è malvista sia da destra che da sinistra».
Se D’Alema continua ad alzare i toni, il centrosinistra continua la sua manovra a tenaglia sulla Rai, sia pure tra mille sospetti e diffidenze interne alla coalizione. Il primo affondo, però, va a vuoto. E il blitz da consumare nel corso della prima riunione del consiglio di amministrazione dopo la sosta estiva - una maratona durata sette ore - viene gioco forza rimandato, con la trattativa destinata a svilupparsi nei palazzi romani in un arco di tempo più lungo e sui binari consueti della «concertazione» tra maggioranza e opposizione. La cronaca della riunione racconta di un Claudio Cappon agguerrito che si presenta davanti ai consiglieri con piglio deciso. Il direttore generale insiste sull’esigenza di procedere subito ad alcune nomine «mirate». È la cosiddetta «strategia del carciofo», intesa come la rimozione foglia dopo foglia della dirigenza Rai attuale. Le direzioni su cui si concentrano le pressioni più immediate sono quelle note: quella del Tg1, con la paventata sostituzione di Clemente Mimun con Gianni Riotta e quella delle Risorse Umane con Maurizio Braccialarghe al posto di Gianfranco Comanducci. Due nomine targate in tutto e per tutto Romano Prodi. Cappon mette sul piatto una promessa: «Vi assicuro che coloro che saranno rimossi avranno una adeduata sistemazione» assicura. La risposta dei consiglieri del centrodestra è unanime: «Niente da fare. Vogliamo prima sapere dove andranno i dirigenti sostituiti e quale sarà il quadro complessivo e l’organigramma della nuova Rai». Una posizione netta che blocca sul nascere ogni discussione sulle poltrone. Cappon - i rumors dicono che abbia recuperato uno stretto rapporto con il presidente del Consiglio negli ultimi giorni mentre tra Margherita e Ds la tensione sulle nomine sarebbe sempre più alta - si sofferma allora sul metodo. E fa capire di essere disposto ad appaltare alla politica le nomine dei direttore dei telegiornali ma di non voler transigere sulle scelte manageriali che dovranno essere di sua (quasi) esclusiva competenza. Come dire che sul nome di Maurizio Braccialarghe per la gestione del Personale non ci dovrà essere alcuna intromissione. Una linea su cui i consiglieri non oppongono particolari resistenze.
La riunione del cda è preceduta da due episodi che servono a far comprendere il clima di tensione che si respira in queste ore a Viale Mazzini. Il primo è un faccia a faccia tra Angelo Maria Petroni e Marco Staderini in cui il primo chiede conto al secondo delle voci - riportate da alcuni organi di stampa - di una possibile volontà «inciucista» del consigliere in quota Udc. Il confronto è animato ma si risolve in un pieno chiarimento tra i due e nella smentita della notizia. Il secondo riguarda la lettera indirizzata da Clemente Mimun, con il consueto puntiglio da lottatore, al direttore generale, al presidente e ai singoli consiglieri. Una lettera nella quale elenca i successi di ascolto ottenuti sia dal Tg1 sia dal Tg2 quando era direttore e che sostanzialmente spazza via le cosiddette «motivazioni aziendali» che dovrebbero giustificare la scelta di sostituirlo. Un modo per mettere nero su bianco, attraverso i numeri, che la sua sostituzione avrà una sola radice: quella politica.