Non accetta raccomandati: licenziato

Fabrizio Graffione

da Genova

Mette mano al portafoglio e compra una pagina di un quotidiano nazionale (il Giornale) per fare sentire la sua voce contro i «potenti» e «l’arbitraria gestione» del più grosso ospedale della Liguria: Edoardo Berti Riboli, primario universitario di clinica chirurgica al San Martino di Genova, le ha tentate tutte prima di essere parzialmente «licenziato», come dice lui, il giorno del suo sessantasettesimo compleanno lo scorso 24 maggio, dal direttore generale Gaetano Cosenza per «raggiunti limiti di età» e «insufficiente produttività». Prima ha contattato il preside della facoltà di medicina e il magnifico rettore dell’Università, che si sono astenuti dal prendere posizione. Poi si è rivolto ai suoi colleghi, il consiglio dei clinici, che raggruppa la maggioranza dei primari universitari: pur difendendolo in una lettera aperta a operatori sanitari e cittadini denunciando la «mancanza di trasparenza» della direzione generale e il «malessere» dei camici bianchi, non hanno potuto farci nulla neanche loro. Quindi ha scritto all’assessore regionale alla Sanità Claudio Montaldo, nominato nelle scorse settimane dalla nuova giunta di centrosinistra, senza ricevere risposta. Nei giorni scorsi il professore autodefinitosi «don Chisciotte» ha provato infine a sfondare il muro di gomma a Roma, appellandosi al ministro della Salute e a quello dell’Istruzione (che non hanno replicato).
Nella lunga storia del San Martino si contano sulla punta delle dita i professori universitari pensionati prima dei 70 anni. Secondo una regola non scritta, infatti, ai primari di eccellenza, come i cattedratici, al raggiungimento dell’età pensionabile si rinnova la convenzione per l’assistenza ospedaliera anno per anno per tre anni. In passato, anche nel corso di una conferenza stampa, lo stesso Berti Riboli aveva denunciato di avere ricevuto «pressioni» e «indicazioni» per un concorso di cui era presidente di commissione e di avere invece seguito il metodo della «meritocrazia» anziché altri. Rilievi che ora ribadisce nella pagina acquistata sul Giornale. Per questo, secondo il chirurgo, sarebbe stato al centro delle «ire» del direttore generale. Con l’uscita sul Giornale - «volevo cambiare la moto, ma ho preferito comprare lo spazio sul vostro quotidiano» - la vicenda assume rilievo nazionale.
Ma, all’inizio di maggio, era già esploso lo scontro tra il professore e il direttore generale per la mancata proroga a 70 anni della scadenza dei limiti di età. «Sono stato penalizzato» aveva detto Berti Riboli. Pronta la risposta di Cosenza: «Gli pesa il pensionamento». Berti Riboli si era lamentato del fatto che «molte persone e numerosi progetti erano stati favoriti o ostacolati seguendo la logica dei giochi di potere e non quella del merito reale».
«Sono stati solo applicati i termini di legge. - aveva replicato Cosenza - Quanto alla proroga, dalle verifiche condotte applicando i parametri regionali sul lavoro del dipartimento diretto da Berti Riboli, è emerso che non esistono le condizioni per allungare di altri tre anni la convenzione con il dipartimento stesso». L’«eco» dell’originale inserzione di ieri è stata ridondante: decine di messaggi e telefonate (anche da alcuni parlamentari) al professore, l’invito a partecipare come testimonial a un convegno di medici sul mobbing, interviste televisive, radiofoniche e su altri quotidiani e agenzie di stampa. «C’è un’arbitraria gestione dell’azienda ospedaliera - insiste Berti Riboli -. La direzione generale ha anche bloccato un progetto internazionale di ospedale telematico, coordinato dal mio staff». Il numero uno dell’azienda ospedaliera si è sempre limitato a rispondere che se Berti Riboli ha qualcosa da denunciare «lo faccia nelle sedi appropriate, cioè in tribunale». Nel frattempo, l’assessore alla Sanità, Montaldo, ripetutamente interpellato, fa orecchie da mercante e sembra non volere trovare il tempo per affrontare un «caso» che riguarda il destino del più grande ospedale ligure.