Non allineati e un po’ no-global

Sono «ribelli», come i loro intellettuali di riferimento: da Massimo Fini a Franco Cardini. Senza dimenticare Calasso

Chiedete a un giovane di destra, da quella più istituzionale a quella che immerge gli scarponi nel radicalismo, di indicare chi tra gli autori italiani contemporanei ha più influito sulla sua formazione. Vi fornirà un elenco composto quasi esclusivamente da personalità che: 1) pur avendo cominciato in un modo o nell’altro a destra la propria battaglia culturale, col brodo di coltura originario hanno consumato un divorzio unilaterale, al punto che con la destra in senso partitico poco o nulla vogliono avere a che fare; 2) o non sono mai appartenuti a quell’entità che si può definire «cultura di destra», reputata o una palude reazionaria o un refugium per detriti intellettuali, pur condividendone molte delle preoccupazioni.
E pur tuttavia è tra queste due categorie che le destre pescano i propri guru, quelli che seminano idee ed esercitano suggestioni spesso superiori a chi invece rivendica un’appartenenza diretta a quest’area culturale. Esempio. Tra un Domenico Fisichella, che anche dopo il suo curioso caso di transumanza politica continua a scrivere Destra con la maiuscola, e un indipendente conclamato come Massimo Fini, a fare tendenza a destra è il secondo, l’autore dei pluri-rieditati Nietzsche o La ragione aveva torto o del più recente Il ribelle (tutti per Marsilio), una sorta di bibbia per voci del pensiero non conformista. Eppure Fini, pur essendo andato a discutere i suoi libri con i giovani della destra radicale delle Onc, è stato tra i sottoscrittori del manifesto e ammette che «i lettori dei giornali di centro destra per cui scrivo mi considerano un comunista». È un caso curioso di condizionamento dall’esterno. Come se il dibattito sul futuro del socialismo, anziché da Luciano Pellicani o Emanuele Macaluso, fosse guidato da Vittorio Mathieu. Come se per i no global Angelo Panebianco contasse più di Toni Negri.
Lo si potrebbe anche definire l’enigma dei border-line. Ecco perché la tribù più irregolare e trasversale che interessa chi s’avvicina al problema politico e culturale della destra è quella della non-destra. Che non è un ambiente culturale. Non è una corrente accademica. Non è nemmeno e non può essere, ovvio, una categoria della cultura politica. Un tipo non-destro, va da sé, non esiste. Ma è un dato empirico da individuare per via fenomenologica, una miscela, eterogenea per forza di cose, che raccoglie intellettuali, case editrici, posizioni di pensiero collocati in una zona di confine, una marca felicemente popolata di non allineati.
Il tratto ideologico che lega queste figure è un approccio non liberale alla modernità. O la prefigurazione di un’altra idea di modernità, si potrebbe dire, che ne fa una sorta di archeofuturisti. Ad esempio, lo psicanalista Claudio Risé, che in passato ha dialogato con la rivista Orion e oggi condivide il cattolicesimo di Comunione e liberazione, ha tradotto questa critica del modello di vita occidentale in una critica della scomparsa del maschio, ridotto a una caricatura del suo ruolo, come scrive nel recente Don Giovanni (Frassinelli). Con Claudio Bonvecchio, polemologo dell’Università di Trieste, Risé s’è occupato degli archetipi che regolano la nostra vita sociale e politica.
Simboli. È su questa linea di pensiero che si ritrovano un poeta come Giuseppe Conte, fondatore del mitomodernismo con Stefano Zecchi (autore nel 1994 di un altro testo importante della non-destra, il mondadoriano Sillabario del nuovo millennio) ed esploratore della dimensione mitico-simbolica dell’agire umano, e Roberto Calasso, in un tempo in cui, ha spiegato lo stesso fondatore dell’Adelphi, «ciò che manca alla cultura razionalista è il rapporto con i miti». La casa editrice, fondata nel 1962, è divenuta non solo un cenacolo di «spiritualismo elitario», come l’ha definita Marcello Veneziani, ma anche un punto di riferimento imprescindibile a destra per tanta letteratura, come sostiene anche Maurizio Blondet, che all’Adelphi ha dichiarato guerra: «Questa editrice tenacemente recupera per così dire “a sinistra” autori dell’irrazionalismo reazionario, del “sacro” e della “Tradizione”, che prima erano letti soltanto in ristretti ambienti della “destra”», da Simone Weil a Ernst Jünger, a Robert A. Pirsig.
Un autore Adelphi è stato Geminello Alvi, commentatore economico di primissimo piano, con una formazione che lega Ezra Pound, Rudolf Steiner e Adriano Olivetti, autore de Le seduzioni economiche di Faust (1989) o Il secolo americano (1995), libri che a destra hanno ricevuto letture attentissime, offrendo, il primo delle categorie antiutilitariste di lettura dei fenomeni economici, il secondo una ricostruzione del passaggio di potere dall’Europa agli Stati Uniti negli anni Trenta del Novecento.
In termini politici, la formula del «disagio della modernità» indica l’opposizione a un occidente americanomorfo, votato a un materialismo che si intende sempre più concupiscente. Un «deserto lawrenciano» (Ivo Germano). Un moloch «infiacchito» (Salvatore Santangelo). O, ancora, il ritratto di un continente che ha smarrito la sua identità, come denunciano in Le radici perdute dell’Europa (Mondadori) Sergio Valzania, direttore di Radio Due e Radio Tre, e Franco Cardini, stimatissimo medievalista e animatore con Adolfo Morganti di «Identità europea». Cardini, che viene dalla militanza nella Giovane Europa di Jean Thiriart, è anche uno dei più stimolanti critici dell’islamofobia, dell’«americanizzazione del mondo», vedi il lettissimo Astrea e i Titani (Laterza, 2003), e analista critico della globalizzazione.
Il filone no global è uno dei più fecondi. Ogni volta che qualche inchiesta prova a fare l’analisi del tasso di liberalismo che scorre nel sangue delle destre è di solito a questo milieu che le analisi, per esempio, di Piero Ignazi o Pierluigi Battista indirizzano le loro preoccupazioni (o Marco Revelli le sue denunce). Come scrive Marco Fraquelli in A destra di Porto Alegre (Rubbettino), «l’opposizione “reazionaria” alla globalizzazione nasce in epoca assai precedente rispetto alla opposizione che oggi conosciamo come maggioritaria». E in effetti risale al 1999 una missiva indirizzata dallo scomparso Marzio Tremaglia a Gianfranco Fini, quando consigliava: «Non sarebbe male che tu esprimessi simpatia per le proteste che ci sono state a Seattle: proteste a mio avviso profondamente “di destra”». Esortazione lasciata cadere dalla destra partitica, oggi spesso incline ad abbracciare un occidentalismo acritico, ma battaglia condivisa dalla casa editrice Arianna di Eduardo Zarelli, negli ultimi anni baluardo editoriale di una via comunitarista al movimento antiglobalizzazione, o da Marco Tarchi.
L’intellettuale fiorentino, politologo tra i più apprezzati in Italia, dopo l’esperienza giovanile nel Fronte della gioventù si è collocato in una posizione oltre la destra e la sinistra, ma le sue analisi critiche della globalizzazione e dell’americanismo condotte dalla rivista Diorama letterario o proposte in volumi come Contro l’americanismo (Laterza, 2004) continuano ad affascinare moltissimi giovani e a stimolare a destra il dibattito. Ovvio, quando il dibattito c’è. Fedelmente a ciò che ribadisce lo stesso Fini (Massimo): «Il Ribelle è uno che dice no \. È un combattente a viso aperto». Liberale, no. Libertario, spesso, sì.
(3. Fine. Le precedenti puntate
sono state pubblicate nei giorni
30 agosto e 1 settembre)