Ma non basta uno schiaffo

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Già si parla apertamente di «nuovo clima negli stadi». Basta un segnale: qualche tifoso della Juve se la prende con un collega di fede che lancia un potente petardo, ed ecco partire la lieve stagione dell'ottimismo. Le televisioni mandano e rimandano in continuazione, più delle prodezze di Vieri e di Zampagna, il replay delle sberle che un tifoso indignato rifila al dinamitardo. Messaggio neanche tanto subliminale: il bene comincia a ribellarsi contro il male. Come se davvero, dopo la morte di Raciti e l'offensiva delle nuove leggi, qualcosa stesse cambiando. Comprensibili, umanissime, queste febbrili aspettative di un mondo migliore. Ma guardiamoci negli occhi: davvero l'episodio di Torino è il segnale di «un nuovo clima negli stadi»? Sul serio qualcosa sta cambiando?
Ragioniamo. La stessa cronaca segnala all’Olimpico torinese una sinistra - molto sinistra - fischiata corale di tanti tifosi contro le forze dell'ordine, a favore del lanciatore demente. E allora: questi che fischiano contro gli steward e gli agenti fanno anch'essi parte del nuovo clima? Altre domande, da altre cronache. Reggio Calabria, partita Reggina-Roma: per alcune decisioni neanche tanto scandalose dell'arbitro, la partita deve fermarsi. Lancio di bottigliette in campo. Tra i Vip, il presidente Foti partecipa alla rivolta con sguaiate intemperanze. Questo non è nuovo, come abbinamento: ultrà e dirigenti uniti nelle stesse scalmane, salvo poi doverci sorbire il pistolotto sull'esempio «che deve partire da noi addetti ai lavori, perché il nostro comportamento incide su quello del pubblico». Appunto. Raccontalo a Foti. O raccontalo a Mandorlini e a Maccarone, che sabato sera a Siena davano i numeri in mezzo al campo, immancabilmente contro l'arbitraggio scandaloso...
No, non è il caso di tirare conclusioni. Non è cambiato nulla, non sta cambiando nulla. Tanto per cominciare, se davvero qualcosa fosse cambiato, almeno a livello pratico, un mentecatto qualunque non riuscirebbe ad arrivare in tribuna con il petardo. O un'intera curva non potrebbe lanciare bottiglie in campo. Le nuove regole, così risulta, sono basate proprio sulla pietra angolare dei controlli nell'accesso allo stadio. Ormai è più impegnativo e complicato che arrivare nell'ufficio di Sua Santità: pre-filtraggio, tornelli, biglietto con documento d'identità, controllo borse. È un percorso da «Giochi senza frontiere», andando avanti con le prove ti aspetti di trovare Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri che impongono il passaggio in bilico sopra la piscina infestata dagli alligatori.
Struggente, come cosa: in tribuna stampa obbligano a bere mezzo litro di Coca tutta d'un fiato, versata nel bicchiere, perché nessuno può sognarsi di portare la bottiglietta al proprio posto. Motivi di sicurezza, spiegano accigliati i baristi. Perfetto. Poi un cretino qualsiasi riesce a portare dentro (e a lanciare) un botto, oppure centinaia di reggini riescono a lanciare bottiglie in area di rigore...
No, sarà bene non cadere nel tranello del facile ottimismo. Nei nostri stadi s'è ricominciato come sempre. Né più, né meno. Accanto a migliaia di italiani perbene, permangono larghe delegazioni di allupati e di incivili. Di idioti. La soluzione ideale non è che i perbene prendano a schiaffi i permale, secondo un inquietante codice di giustizia sommaria. La soluzione, più che altro, è mettere mano al grottesco della nuova domenica sportiva. Dopo Raciti, le famiglie normali fanno tremendamente più fatica ad entrare negli stadi. Gli ultrà ci arrivano sempre tranquillamente, con relativo armamentario. Forse è il caso di chiarirci le idee: ma chi è che deve restare fuori?