Non buttiamo via Biasotti

Chi ci segue sa che non abbiamo mai fatto sconti a Sandro Biasotti. Che ha sbagliato nei cinque anni di presidenza della Regione quando si è chiuso troppo nel palazzo di De Ferrari, accentrando moltissimo potere nelle mani di pochissime persone; che ha sbagliato in campagna elettorale quando ha fatto troppi pochi incontri fra la gente, sperando che bastasse apparire molto in televisione e sui giornali e soprattutto che bastasse amministrare bene; che ha sbagliato al momento della stampa delle schede, proponendo un simbolo per la sua lista civica che ha ingenerato molta confusione fra gli elettori; che ha sbagliato dopo la campagna elettorale quando si è incaponito a farsi il suo monogruppo consiliare in Regione «Per la Liguria», distinto dal gruppo che ha addirittura il suo nome; e che sbaglia in consiglio regionale quando si intestardisce, mal consigliato dagli avvocati, a rivangare vicende della scorsa legislatura in via Fieschi, per esempio nel caso della querela all’ex consigliere margheritista Romolo Benvenuto, che gli aveva dato del «forcaiolo» in aula. Il quarto comma dell’articolo 122 della Costituzione parla chiaro: «I consiglieri regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Ergo, Benvenuto non si può querelare. Basta, fine, non ce n’è. Perchè continuare a intestardirsi? Perchè dare l’impressione di vivere l’opposizione in modo reducistico?
Detto questo, chi ci segue sa che abbiamo ritenuto e continuiamo a ritenere Sandro Biasotti il miglior presidente della storia della Regione Liguria, l’unico che ha avuto il coraggio di volare alto, di sognare in grande, di non limitarsi al piccolo cabotaggio. E questo è stato riconosciuto anche dagli elettori della Liguria dove, unico caso in tutta Italia, le percentuali della Casa sono cresciute fra le europee 2004 e le regionali 2005. Crescita che si può ascrivere quasi completamente alla lista arancione di Sandro Biasotti che non ha preso voti a sinistra, ma che ha drenato il non voto a destra.
Ora, questo è un patrimonio per tutto il centrodestra. E anche per tutta la Liguria. Un patrimonio che non va certo lasciato ammuffire sui banchi dell’opposizione di via Fieschi. Biasotti, fin da quando era imprenditore, ha la capacità di governo nel Dna. Molto meno, com’è naturale, fa parte del suo codice genetico l’opposizione. Quella è roba per duri come Gianni Plinio, per cui essere in minoranza e incalzare chi governa è quasi una ragione sociale; oppure per gli scafati navigatori degli atti regionali come Fabio Broglia dell’Udc o il gruppo azzurro al gran completo, che si sta muovendo molto bene dopo l’eccessiva timidezza iniziale.
Biasotti, no. Biasotti è una risorsa da sfruttare in altri modi. Se si ripulisce di alcuni suoi eccessi caratteriali e di decisionismo che vanno bene in azienda, ma non in politica; se riconosce i suoi errori; se inizia ad ascoltare di più tutti, anzichè affidarsi ai plenipotenziari, l’ex governatore è perfetto. Perchè ha governato bene, quando non benissimo. Perchè gode della stima dei liguri. Perchè si può spendere ottimamente anche a livello nazionale. Perchè è rimasto un antipolitico e questa è una risorsa spendibile nel migliore dei modi in alcune fasce di elettorato deluso o di ex elettorato.
Nel silenzio, Biasotti, sta lavorando al partito unico. O, meglio, al partito nuovo. Ed è una grande risorsa cha va assolutamente salvaguardata. Da lui, o meglio con lui, si può ripartire.

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