Non c’è alcuna pietà per i potenti che cadono

Lo sguardo smarrito dell’ex presidente egiziano è uguale a quello di tanti "dei" finiti nella polvere. Non capiscono e credono di subire un’ingiustizia

Quando Saddam Hussein venne impiccato scrissi su queste pagine di essere stato turbato dalle immagini dell'impiccagione, e che avevo provato pietà per l'ex dittatore scaraventato in una botola con una corda al collo. Eppure avevo esultato quando era stato preso, ignobilmente nascosto in un'altra botola, e sottoposto a un processo che non poteva avere esito diverso dalla condanna a morte. L'uccisione di un essere umano da parte di altri uomini non può che provocare sgomento: anche, e forse soprattutto, quando a deciderla sono la legge e la volontà di uno Stato; anche se il condannato si è macchiato di crimini orribili, guerre e genocidi.
Il caso di Mubarak, in Egitto, è diverso. Ma uguale è stata la sensazione di pena che ho provato ieri guardando le immagini del vecchio dittatore, su una barella, dentro una gabbia, impegnato a difendersi in un processo con la sentenza già scritta.
Sia chiaro, caro lettore, che si tratta di reazioni emotive, quindi al di fuori di ogni logica, e come tali le esporrò. So bene che l'uccisione di 850 egiziani che manifestavano contro di lui - intento solo a mantenersi al potere - è un delitto da punire. E so che, in tanti anni di potere assoluto, Mubarak ha commesso errori e si è macchiato di colpe che la storia - più che gli uomini - giudicherà. So anche che è più facile provare pena per un uomo caduto da altezze vertiginose, se da quell'altezza non guidava il tuo Paese, se non ha provocato danni a te, alla tua famiglia, al tuo popolo. Ma c'è qualcosa di estremamente dolente negli occhi di un capo caduto, imprigionato, sul punto di venire ucciso. Qualcosa che occorre capire, più per misurare le nostre reazioni che le sue.
Quasi tutti i leader tonfati all'improvviso dall'altare nella polvere mostrano lo stesso sguardo stupefatto e ferito, come se stessero subendo un'immensa ingiustizia. Farò apposta esempi non omogenei, non comparabili in sé, per confermare che è vero. Penso al Mussolini liberato dal Gran Sasso che atterra a Monaco di Baviera, nel 1943. Il suo viso emaciato, il sorriso tirato, negli occhi la paura del futuro. Sa che è stato liberato dalla prigione di Badoglio per finire in quella di Hitler, molto più tragica e piena di pericoli e incognite. Penso a Galeazzo Ciano, suo genero e suo delfino, imprigionato nel carcere degli Scalzi, a Verona. Penso a Aldo Moro, sequestrato dalle Br mentre andava a celebrare il proprio trionfo in Parlamento e fotografato in camicia sullo sfondo della stella a cinque punte.
Il caso Moro è incomparabilmente diverso, le sue colpe incomparabilmente minori, e i suoi carnefici non avevano nessuna legittimità. Il suo sguardo però è identico a quello di Saddam, di Mubarak, di Mussolini e di cento altri che si potrebbero citare. Caduti da un Olimpo inarrivabile e intangibile, all'improvviso in balia di altri uomini, che li giudicano e certamente li condanneranno, senza speranza di difesa e di salvezza.
Il fatto è che, quasi sempre, un individuo che detiene un potere enorme perde il contatto con la realtà, vive in un empireo in cui sembra che niente e nessuno lo possa sfiorare: d'improvviso accade che tra poco saranno i suoi ex sudditi a disporre della sua vita. Il Mussolini catturato da Hitler e poi fucilato dai partigiani (non abbiamo fotografie, ma certamente era ancora quello lo sguardo, davanti al mitra di chi sa chi), è un uomo che vive ancora in quell'empireo, in quel mondo irreale fatto di un passato che all'improvviso non ha più alcun valore. Lui si sente ancora l'uomo che ha salvato l'Italia dal bolscevismo e che ha fondato un impero; tutti, nel 1940, pensavano che la Germania avrebbe vinto la guerra e ora per quell'errore - inevitabile, nella sua testa - gli italiani ingrati e ingiusti lo uccidono.
Galeazzo Ciano, uno degli uomini più ricchi e potenti d'Italia, uno dei più eleganti del mondo, costretto in cella a aspettare la fucilazione cuocendosi due uova su una stufetta, non pensa di essere stato complice e spesso autore di una politica estera suicida. Pensa solo, e in parte ha ragione, di avere frenato l'alleanza con Hitler, di aver posticipato di nove mesi l'entrata in guerra dell'Italia, di avere - con il voto del 25 luglio 1943 - contribuito a liberare gli italiani tutti e gli stessi fascisti da una dittatura ormai sulla punta di uno spillo. E ora lo si processa e lo si uccide.
Anche Mubarak, nella sua barella dento la gabbia, pensa che ha salvato l'Egitto nel momento della tragica morte per attentato del suo predecessore, di avere salvato il proprio Paese dall'integralismo islamico, di avergli dato uno sviluppo economico e sociale notevole rispetto a come l'aveva trovato. Non pensa - avendo perduto il senso del reale - che quei giovani fatti massacrare pochi mesi fa, avevano tutto il diritto di manifestare contro di lui, che il potere l'aveva logorato quanto lui aveva logorato il potere, che avrebbe dovuto abbandonare il trono tanti anni fa, invece di pensare a trasmetterlo ai figli, come un vero re.
Ha torto, certo, ma il suo sgomento nella certezza di avere ragione fa capire che soffre di quella patologia che ho chiamato perdita del senso del reale; quindi il suo dolore mi tocca come può toccarmi quello di un malato, di un bambino o di un vecchio indifeso. È una sensazione che invece non provo - e mi sembra la controprova - per i gerarchi nazisti processati e impiccati a Norimberga: freddi e lucidi nel misurare le colpe di cui li accusavano, lo sguardo di ghiaccio, assolutamente convinti di ciò che avevano fatto e determinati a ripeterlo, se gliene fosse stata data la possibilità. Pieni di disprezzo e senza alcuna paura, tanto avevano trasformato la loro realtà nella realtà tout court.