«Non c’è calcio in uno stadio senza gente»

È stato impedito l’accesso alla tribuna pure all’allenatore della Primavera rossonera Ma oggi scatta la deroga e torna il pubblico

da Milano

Moratti le definì «partite irregolari dal punto di vista psicologico». E non ha cambiato idea. Dici porte chiuse e tutti si ritraggono inorriditi, come avessero visto le streghe. Il mondo del pallone che non va d’accordo su niente, ha trovato l’unico totem intorno al quale fare fronte comune e pronunciare il suo «aborro». Meglio questo che niente, anche se il gran attaccamento al pubblico puzza molto di interesse, ovviamente economico. E da questo punto di vista l’Inter è stata la squadra che, nel passato recente, ha subito il rovescio peggiore quando ha dovuto chiudere le sue porte per quattro turni di Champions League, il preliminare dell’agosto 2005 contro lo Shakhtar Donetsk e tutto il primo girone contro Rangers Glasgow, Porto e Artmedia Bratislava a fine novembre. Ne uscirono tutti sconvolti, nonostante i risultati. «Questo non è calcio», sintetizzò Mancini che non ha mai smentito la repulsione. Ed anzi lasciò ai posteri una di quelle battute da conservare nell’album delle frasi storiche: «Piuttosto che giocare in uno stadio così, meglio giocare le partite di Champions ad Appiano Gentile». Dove l’Inter si allena ed ogni tanto, appunto, prova le porte chiuse.
L’altro ieri ha cominciato a provare l’effetto che fa anche il Catania che, peraltro già esperto in materia, avendo giocato in campo neutro e a porte chiuse contro la Lazio, ora dovrà attrezzarsi per una lunga astinenza dai sapori e dai rumori dello stadio. Dice l’espressione più comune: «Senza pubblico non è calcio». Lo ha ripetuto Maldini di recente, lo ha ribadito Figo («Una cosa brutta per tutti, soprattutto per il calcio»). Lo ha spiegato Christian Brocchi, un altro esperto in materia. «Dopo il razzo lanciato ad Ascoli, sono stato in campo per Ascoli-Fiorentina a porte chiuse. È davvero brutto, è perfino difficile trovare il termine giusto. Fin da piccolo sogni di giocare davanti a tanta gente: perché ti fa provare l’emozione. Così si cancella tutto».
Emozioni ed emotività sono gli aspetti più genuini che calciatori ed allenatori portano a difesa di uno stadio sprangato, anche se il loro problema non è certo quello di gestire l’ordine pubblico. Domenica, a Verona, Gigi Del Neri guiderà il Chievo a porte chiuse e davanti all’Inter. Per una società che, nell’ultima giornata di campionato, ha visto alla cassa 850 paganti, perdersi l’incasso con la squadra di Mancini significa perdere metà degli introiti di un anno intero. E i suoi tifosi hanno sempre fatto folklore più che furore.
Dunque punizione davvero al di là dei peccati. «Come fai a proibire lo stadio ai tifosi del Chievo, per loro è sempre una gita», spiega Del Neri, un altro che ha già provato l’ebbrezza dei silenzi. E non ha gradito. «Siamo alla fine del calcio, siamo alla fine di tutto. Il calcio senza applausi si svuota dei suoi significati». L’esperienza lo porta ai tempi in cui allenava la Roma. «Quando una monetina lanciata dalla tribuna ferì l’arbitro Frick e giocammo senza pubblico contro Bayer Leverkusen e Real Madrid. Sembrava una partita d’allenamento».
Verissimo, comunque vada ne perde il calcio. E ci guadagnano le Tv: ora voleranno gli abbonamenti e le partite comprate pronto uso. Per essere chiari: vista dalla parte della stampa la partita a porte chiuse è una pacchia. E non solo per motivi economici.