Non c’è niente di più vecchio che l’adorazione della modernità

Le riflessioni più intelligenti sui rischi e sulle aberrazioni delle
nuove tecnologie non vengono dagli spiriti progressisti ma dalla "retroguardia dell’avanguardia". I temi del vivere sono sempre gli stessi: non li risolve la tecnica ma il singolo individuo

Il «nuovo che avanza» di per sé non mi ha mai convinto e fa piacere che un ex presidente del Consiglio quale Giuliano Amato, si sia pronunciato contro «l’idolatria per le innovazioni in quanto tali». Lo ha fatto, ieri a Roma, in un convegno dell’Abi (Associazione bancaria italiana) dedicato a «Sviluppo e crisi, le lezioni della storia», e per quanto la sua rampogna avesse di mira il «nuovismo» economico, ovvero la crisi finanziaria globale nata dal corto circuito di un pensiero e/o dall’uso disinvolto di strumenti attinenti quel mondo, essa può essere tranquillamente allargata a altre realtà - sociali, politiche, culturali - del nostro vivere civile.

Sgombriamo subito il campo da un equivoco. Essere antimoderno non significa essere reazionari, conservatori, accademici, codini. Sono accuse a cui si è fatto il callo, ma fanno parte di un gioco sporco, ovvero di un gioco furbo, che ormai non regge più... Gli antimoderni sono un’altra cosa, siamo un’altra cosa. Non gli avversari del moderno, ma i suoi veri teorici, quelli che lo hanno pensato, gli emigrati «interni», gli esuli in patria... E dunque i moderni loro malgrado, la retroguardia dell’avanguardia, i vitalisti disperati, i pessimisti attivi, la modernità più la libertà. Di criticarla, appunto.

Sotto questo profilo, se c’è qualcosa di vecchio, di stantio e di retrogrado, è proprio l’adorazione della modernità: l’adesione al proprio tempo, la fede nel proprio tempo, l’impegno nel proprio tempo... Com’è tutto, ormai, fuori tempo, come questa adorazione ha un che di funereo. Il funerale della modernità.

Arturo Pérez Reverte, che è uno degli scrittori spagnoli più interessanti di questi anni, invitato l’altro giorno da Repubblica a dire la sua su un mondo sempre più virtuale, tecnologico, lontano dalla maniera tradizionale di consumare cultura e informazione, dopo aver confessato il suo disagio ha aggiunto: «Ho tuttavia un vantaggio. Posso scegliere il mio mondo. Ho l’età e la posizione personale, economica, culturale, adeguata per poter scegliere con quale parte del mondo resto. Sto in casa, leggo e vedo film in dvd, non vedo la televisione. Non vado in vacanza a Cancùn, ma me ne vado con la mia barca a vela a navigare per il Mediterraneo».

Una delle turlupinature della modernità è che si vada verso una direzione prefissata, e quindi non si possa fare altro che seguirla. È curioso come si accetti, quasi con gioia, una logica di per sé totalitaria, e si finisca per giudicarla come una sorta di democrazia allargata (ci riguarda tutti, e quindi...) a cui non ci si deve opporre, non è lecito opporsi, salvo essere considerati una sorta di nemici della modernità stessa, e quindi antidemocratici... Ma, come nota ancora Pérez Reverte, «finché ci sono libri, finché ci sono musei, e pietre nel Colosseo, e teatri in Grecia, o nell’antica Troia, o nelle coste mediterranee, chi vuole si può salvare, chi vuole ha i meccanismi sufficienti non per salvare il mondo, ma per consolare se stesso. Tra l’altro, non c’è mai stata tanta cultura disponibile per chi ne voglia usufruire».

Fateci caso, ma le cose più intelligenti sulla modernità, sui rischi, le seduzioni e le aberrazioni della modernità, non le hanno scritte, in poesia come in prosa, gli adoratori del progresso, i modernisti naif che si crogiolano del nuovo per il nuovo, ma gli antimoderni, gente che sa benissimo come i temi del vivere siano sempre gli stessi, e non sta alla tecnica risolverli, ma al singolo individuo.

I fanatici della modernità non si accorgono di costruire un mondo che sempre più assomiglia a una prigione, dove gli elementi individuali scompaiono e ormai si celebra una specie di ritualità da piazza telematica dove ogni aspetto della propria intimità viene ceduto in cambio dell’illusione di essere partecipi di non si sa bene che cosa. Ciò che un secolo fa era uno dei grandi problemi della modernità, l’irruzione delle masse nella scena politica, e quindi la necessità di dar loro una forma, una logica, un senso di appartenenza, cento anni dopo si è trasformata nella sostanziale spoliazione di qualsiasi sovranità reale e nel suo trasferimento dalla società politica a quella civile. La democrazia come sistema attraversa un deficit e una crisi di rappresentatività, ma la maschera moltiplicando le occasioni di incontro e di interazione virtuale che perpetuano l’illusione di contare rispetto a una pratica politica che intanto si è fatta ancella della economia e viaggia su un treno che ha logiche sue proprie e sul quale, come cittadini, di fatto ci è impedito salire.

Così, al solito, la sopravvivenza resta individuale, la capacità, se si vuole, di costruirsi la propria trincea, rifugio, castello. Perché un altro elemento della antimodernità è il suo essere impolitica, ovvero la tendenza a subordinare le categorie del politico, oggi ancor più di ieri, vistone l’inconsistenza, a elementi estetici ed etici, consci come già avvertì a suo tempo un antimoderno per eccellenza come Chateaubriand, che anche quando si sosterrà una causa essa, «una volta portata al successo mi si rivolterà contro». È duro, insomma, essere «altrove» rispetto al proprio tempo. Ma è anche il modo migliore per navigarlo senza annegarvi dentro.