"Non c’è nulla di male a romanzare la vita dei criminali: è soltanto fiction"

Buongiorno Andrea Purgatori, tempi duri per chi trasforma i cattivi in quasi buoni, com’è successo nella fiction da record di ascolti «La leggenda del bandito e del campione».
«Da sceneggiatore di Il giudice e il ragazzino, Fortapasc e Il muro di gomma che sono tre film dalla parte delle vittime, posso dirle che questa critica nei confronti del cinema e della tv che raccontano vite di criminali è un sentimento solo italiano».
All’estero...
«In America, Martin Scorsese ha tratto da una storia vera Goodfellas, senza preoccuparsi di come avrebbero reagito coloro che avevano subito le violenze di quei bravi ragazzi, per i quali alla fine si simpatizza. In Germania è stato fatto un film sulla Bader Meinhof e il regista non ha pensato di dare la parola alle vittime dei terroristi. Sono film...».
Non documentari: storia già sentita.
«Un documentario ha scopi diversi da un film, che è un’espressione artistica come un romanzo. Che può narrare anche vicende sgradevoli. Però di un romanzo non si dice mai che travisa la realtà o non rispetta il punto di vista delle vittime. Poi si può sbagliare, raccontando un assassino come una persona perbene».
Passando dal documentario alla fiction si rende affascinante il cattivo.
«Tranne quando il soggetto è uno psicopatico o un serial killer, credo sia inevitabile. Raccontando un criminale si tiene conto di tante sfaccettature della persona. Di Vallanzasca nessuno sa che, prima di diventare il nemico pubblico numero uno, faceva beneficenza e aveva adottato dei bambini a distanza, facendoli studiare. Questo non cambia di una virgola la condanna della sua attività criminale. Ma è inevitabile che, sapendolo, lo si guardi con occhi diversi».
Inevitabile che qualcuno non si senta rispettato com’è accaduto con Girardengo e Pollastri, proposti come grandi amici. Ma il secondo ammazzava carabinieri.
«Abbiamo immaginato un’amicizia tra due persone diverse. Era chiaro che era una favola. Se Pollastri è stato graziato dal presidente della Repubblica ci sarà una ragione. Stiamo parlando di una storia di novant’anni fa».
Sì, però ci sono i nipoti. E una di loro ha visto suo nonno, direttore di banca, sopravvivere, mentre fu freddato durante una rapina.

«In quel banchiere lei ha visto suo nonno e io non posso dire nulla, mi dispiace. Ma se rappresento una delle tante rapine compiute da Pollastri, è una rapina simbolica che vale per tutte».
Ha ritirato la firma dal film su Vallanzasca.

«Con Angelo Pasquini avevo scritto una sceneggiatura in parte ambientata nel 1977. Vallanzasca aveva rifiutato l’ideologia e la collaborazione con il terrorismo. Lo fece anche arrivando a Roma, in quell’anno: due giorni dopo venne arrestato. Placido si è tenuto fuori da questi aspetti e ha proposto un Vallanzasca che prescinde dal contesto politico del Paese».
Un pubblico giovane non può essere attratto dal male proposto in modo seduttivo?

«È stato detto che alcuni accoltellamenti a Roma erano causati da Romanzo criminale trasmesso da Sky. Non ci credo. I nostri prodotti hanno l’antivirus in corpo. Piuttosto, guardiamo cosa c’è dentro le serie che arrivano dall’America. Gli americani hanno fatto e fanno film e fiction ambientati alla Casa Bianca. Farlo da noi al Qurinale o a Palazzo Chigi è considerato inammissibile».
In compenso abbiamo fornito platee e dibattiti a tanti terroristi.

«Ma c’è stato anche il film su Ambrosoli. E poi, se li contiamo, non riusciamo a mettere insieme cinque titoli sul terrorismo».
Quindi, il problema di trovare un linguaggio che rispetti la sensibilità di tutti nel raccontare terroristi e criminali non esiste.

«Noi proponiamo delle storie. Che possono essere belle, brutte o sbagliate. Alla fine è il pubblico che decide».