Non c’è pace per Pomezia: Zappalà lascia

Stefano Vladovich

Il sindaco di Pomezia si dimette. A tre anni dall’inizio del suo mandato, l’eurodeputato di Forza Italia Stefano Zappalà lascia la guida di piazza Indipendenza. Le motivazioni nella lettera di dimissioni protocollata ieri mattina e indirizzata al presidente del consiglio comunale Angelo D’Avino. «Non mi è stata data la possibilità di fare il mio dovere - spiega Zappalà -. Già il primo agosto si è tentato di far cessare l’attività dell’intera amministrazione comunale. Un tentativo che, anche se non riuscito, ha pieno significato di sfiducia nei miei confronti. Ritenevo chiusa la questione con il mancato deposito delle dimissioni all’inizio di agosto da parte di un quorum di consiglieri. Da qualche giorno mi giunge notizia che qualcuno trama di nuovo nell’ombra». Il rapporto fra alcuni consiglieri di maggioranza e il primo cittadino del comune pometino era incrinato da tempo. Lo scorso inverno Zappalà era stato costretto a rinunciare a una giunta tecnica e sostituire diversi assessori. Un mese fa il tentativo di far cadere la maggioranza della CdL con una mozione di sfiducia seguita dalle dimissioni di alcuni consiglieri. Lunedì, infine, la raccolta di altre adesioni, 16 in un primo momento, 17 poi, sufficienti per far sciogliere il consiglio e far cadere sindaco e giunta. Dichiarazioni al vetriolo del primo cittadino: «Avevo avvisato - spiega Zappalà - il presidente Casini, il vicepresidente del consiglio Fini, il coordinatore nazionale di Fi, Sandro Bondi e il coordinatore del Nuovo Psi Alessandro Battilocchio di quanto si stava preparando già da qualche mese. Non ho avuto risposte, ma ho saputo che fra lunedì sera e questa notte (ieri notte per chi legge, ndr) i consiglieri Udc hanno raccolto le firme necessarie. Poiché io faccio il sindaco su esplicito mandato della Casa delle Libertà e del presidente Silvio Berlusconi, devo immaginare che i vertici Udc abbiano avallato l’operato dei loro consiglieri comunali». Il nuovo piano regolatore che incombe, l’emergenza casa, il dramma della disoccupazione e la cronica crisi occupazionale: Pomezia si prepara a un periodo di non governo, seguito dall’ennesimo commissariamento ed elezioni anticipate. Qualcuno, nonostante tutto, esulta. Il segretario della federazione Castelli Ds, Antonio Rugghia, e il segretario provinciale della Margherita, Aurelio Lo Fazio, in una nota congiunta esprimono la loro soddisfazione. Pomezia senza pace. Appena 4 anni fa nella cittadina industriale cresciuta sotto l’ala della Cassa per il Mezzogiorno scoppia lo scandalo di rifiutopoli. Tangenti a 9 zeri per l’affidamento della raccolta dei rifiuti solidi urbani a imprenditori amici dell’intero (o quasi) consiglio comunale guidato dal sindaco Maurizio Aureli, il primo a essere arrestato un mese dopo lo scioglimento del parlamentino locale. Con i carabinieri alle calcagna, difatti, 24 consiglieri di piazza Indipendenza decidono di lasciare in fretta e furia l’incarico. Non serve a evitare le manette. A mettere gli inquirenti sulla pista giusta una serie di attentati all’apparenza senza significato. Taniche di benzina sulle auto dei consiglieri Mauro e Valentini seguite da minacce dinamitarde ad altri, il segnale che stava accadendo qualcosa di inquietante. In una notte del settembre 2000 Pomezia si trasforma nella Chicago anni ’30. Uomini di Cosa Nostra eseguono gli ordini dei «colletti bianchi» in lite fra loro. Perché? Gli uomini dell’allora capitano Attilio Auricchio piazzano microspie a valanga. Nelle registrazioni si parla di mazzette da centinaia di milioni per favorire imprese di corruttori su appalti miliardari: rifiuti, tributi, acqua e gas. I magistrati della Dia sentono persino il frusciare delle banconote. La classe politica di Pomezia viene azzerata. Almeno è ciò che sembra.