Non c’è più religione Gli antiabortisti ora vanno a sinistra

Di Casini nell’Udc ne basta e avanza uno: Pier Ferdinando. Se ci si mette anche l’altro, Carlo, a tirare verso sinistra, è la fine. Anche perché il secondo Casini, parlamentare europeo, non è approdato a Strasburgo per esercitarsi nella politica spicciola (magari contro il Cavaliere come sta facendo da tempo con grande impegno il leader suo omonimo), ma per difendere un valore supremo e non negoziabile: la vita. Invece, dalle polemiche di fuoco che si sono scatenate fra i pro life, pare proprio che Carlo Casini, 75 anni, ex democristiano laureato in giurisprudenza, magistrato della Corte di Cassazione, abbia fatto da tempo l’endorsement a favore della sinistra.
Carlo Casini è lo storico presidente del Movimento per la vita, dilaniato da una contesa che è esplosa sulle pagine del Foglio e che ha visto contrapposti Francesco Agnoli, cattolico di ferro, pugnace collaboratore del quotidiano di Giuliano Ferrara, e Giuseppe Anzani, vicepresidente dell’Mpv. Il quale, come Casini, proviene dalla magistratura. Essendosi permesso di dissentire dalla brutta piega che ha preso l’Mpv, Agnoli è stato brutalmente zittito da Anzani: «Non fa parte del Movimento per la vita». Pronta la replica di Agnoli: «Ho scritto il mio articolo appunto perché ero stanco di vedere che il presidente Casini dedicasse il suo tempo a espellere o emarginare fondatori, cofondatori, dirigenti storici...». Agnoli, docente di storia, studioso di filosofia della scienza e autore di libri contro l’aborto, come trattare con i magistrati l’ha imparato in famiglia: il padre Carlo Alberto è stato presidente del tribunale dei minori di Trento; lo zio Francesco Mario Agnoli, storico delle insorgenze antinapoleoniche, ha fatto parte del Consiglio superiore della magistratura.
La bufera che ha investito il Movimento per la vita nasce dal fatto che Carlo Casini entra in Parlamento con la Dc già nel 1979, sostenuto dai voti dei pro life ostili alla legge sull’aborto approvata l’anno prima; da allora viene eletto deputato alla Camera per quattro legislature e deputato europeo per tre; nel frattempo fa incetta di tutte le cariche più importanti del Movimento per la vita, sino a identificarsi con esso. Casini è stato prima il regista di molte decisioni dell’Mpv, grazie al suo peso politico e alle sue entrature curiali, e poi è riuscito a divenirne il presidente e a mantenere la carica dal 1990 a oggi, vent’anni tondi.
Una presidenza così lunga, inevitabilmente, crea malumori e dissidi. Di più: porta alla «mummificazione del Movimento per la vita», come ha denunciato Silvio Ghielmi in una lettera fatta girare tra gli amici. Ghielmi non è un personaggio qualsiasi: si tratta di un anziano e mite signore che è stato tra i fondatori del movimento, tesoriere del comitato promotore (per sanare i debiti del quale ci ha sempre rimesso di tasca propria), cofondatore del progetto Gemma volto ad aiutare le mamme in difficoltà economica, che costituisce una delle glorie dell’Mpv. «Casini - ha denunciato Ghielmi - ha sempre mirato a una presidenza totalitaria ancor prima dell’emarginazione di Francesco Migliori, uomo di grande sapienza e umiltà che fece crescere il movimento secondo il criterio di ricercare, scoprire, stimolare tutte le risorse umane possibili, al contrario di Casini che ha sempre operato per essere l’unico interlocutore sentendo la vocazione di leader supremo di ogni attività pro life».
La reazione di Ghielmi è quella di tutta la vecchia guardia, che si è sentita emarginata dal protagonismo del presidentissimo. Ma anche i giovani dell’Mpv si lamentano d’essere poco valorizzati. Al punto tale che quelli del direttivo ambrosiano - Luca Tanduo, Andrea Verga, Chiara Corrado, Paolo Sorbi, Paolo Tanduo - hanno pubblicamente invitato Casini a farsi da parte e chiesto un congresso straordinario con un unico punto all’ordine del giorno: ricambio del gruppo dirigente.
La diatriba è tutta politica: c’è chi non vuole che Udc e movimento siano scambiati per la stessa cosa e vede di malocchio i cedimenti verso la sinistra. La ribellione è esplosa dopo la vittoria in Piemonte del governatore leghista Roberto Cota, un genuino pro life appoggiato dai vertici del movimento locale. Carlo Casini, adirato, ha minacciato espulsioni contro i sostenitori di Cota. Gli è stato risposto che se lui fa politica da sempre, non si capisce perché gli altri leader dell’Mpv non possano neppure stringere un accordo con un candidato. Tanto più che viene imputato a Casini di non aver alzato pubblicamente la sua voce contro la candidata Mercedes Bresso, la Bonino piemontese. Non pochi aderenti, anche con lettere inviate al mensile Sì alla vita, periodico del movimento, si sono lamentati di questa omissione, mentre altri hanno ipotizzato che l’appartenenza di Carlo Casini all’Udc gli abbia impedito di parlare liberamente contro la candidata radicale abortista appoggiata dal suo stesso partito. E qui torna la domanda: viene prima il ruolo di presidente del movimento o quello di deputato obbediente alla linea dell’altro Casini, Pier Ferdinando?
Non è finita. Su due giornali nazionali alcuni iscritti piemontesi hanno accusato Walter Boero, dirigente del movimento, molto intimo di Carlo Casini e militante dell’Udc, d’aver fatto campagna elettorale per la Bresso. Nessuno ha smentito. Eppure la faccenda è grave: dimostrerebbe che veramente l’Mpv lavora per quella sinistra da cui non è mai arrivato nulla a favore dei pro life, men che meno la difesa dei valori non negoziabili.
Anche l’erede in pectore di Casini viene guardato con sospetto. Giuseppe Anzani, infatti, è un cattolico di centro con spiccate simpatie per la sinistra. «I suoi discorsi sulla vita sono poetici, ma un po’ vaghi», dicono i militanti. «Molto più chiara è invece la sua avversione per Silvio Berlusconi. Anzani, come Casini, ama molto la politica e s’è candidato alle elezioni più volte, senza successo. Non vorremmo un altro presidente che confonde Movimento per la vita e partito, che si serve dell’Mpv per arrivare in Parlamento».