Non c’è veicolo che resista a quelle «mine»

Andrea Nativi

Eccole, immancabili, arrivando le polemiche sull’adeguatezza dei mezzi in dotazione al contingente italiano. Ma si tratta di discussioni pretestuose, intanto perché il mezzo perfetto, ideale, invulnerabile, non esiste. In secondo luogo perché il discorso sulla validità di un mezzo non riguarda solo la protezione ma anche il tipo di missione che è chiamato a svolgere.
In Irak sono stati distrutti anche i più protetti carri armati da 70 tonnellate o mezzi da combattimento della fanteria da oltre 30 tonnellate. Come del resto è successo a Israele, che ha perso a causa delle super-mine realizzate da Hezbollah alcuni corazzatissimi carri Merkava. Almeno una parte dei guerriglieri è in grado di scegliere le armi in funzione del tipo di veicolo che vuole colpire. E ha tutto il tempo per decidere quando attaccare, dove, e con che cosa. Il caso del VM-90P dei carabinieri è esemplare. Gli addetti ai lavori dovranno analizzare con cura i rottami, il luogo dell'agguato prima di stabilire cosa lo ha distrutto. Però anche dalle prime immagini diffuse si può formulare qualche ipotesi. La tesi che sia trattato di una “banale” Ied, una bomba improvvisata, collocata nel centro della carreggiata, è già decaduta. Un’alternativa è rappresentata da una mina con carica cava sagomata e orientata. E contro questo tipo di ordigni anche un mezzo decisamente più pesantemente protetto del VM-90P non avrebbe avuto scampo. Ma ormai ci si orienta su una mina «off rout» con testata autoforgiante (Efp), collocata sul ciglio della strada. Questo tipo di mine è apparso in Irak già lo scorso anno e ha fatto moltissime vittime: truppe americane e britanniche (nei pressi di Bassora), i «contractor» delle compagnie private di sicurezza. Mine simili sono state impiegate da Hezbollah contro Israele. E ora sono giunte anche a Dhi Qar, la provincia dove operano gli italiani.
Anche se Teheran smentisce, le mine sono progettate e fornite alla guerriglia dai Pasdaran iraniani. I quali hanno ottimi rapporti con alcune milizie estremiste sciite... e non solo. Arrivano smontate, corredate di istruzioni per l’assemblaggio e l’impiego. Sono costituite da un tubo di acciaio lungo 15-25 centimetri, chiuso da un tappo saldato che ospita l'innesco. Il tubo è riempito di alto esplosivo e alla estremità è collocato un disco concavo in rame o acciaio. Quando la carica esplode, il disco viene «forgiato» in un penetratore allungato, un dardo sparato, a una velocità di 2.000 metri al secondo, contro il fianco del veicolo. Il dardo è capace di bucare come fosse burro una piastra d'acciaio di 10 centimetri. Contro un proietto del genere qualunque mezzo blindato, piccolo o medio, compresi i modelli più moderni, è vulnerabile. L'attivazione avviene poi in modo diabolico: un osservatore, collocato al di fuori del raggio d’azione dei disturbatori elettronici usati dalle forze della coalizione, sceglie il momento più opportuno, aziona il telecomando. L’impulso attiva un sensore di movimento, passivo, a infrarossi, che quando percepisce l'arrivo di un mezzo, fa esplodere la carica, posta a 10-15 metri dal bersaglio. Mine e sensori sono camuffati dentro finti blocchi di cemento, cordoli, guard-rail e puntati alla giusta altezza e angolazione. Possono essere deposti pochi minuti prima dell'azione. Con un po’ di addestramento si può centrare un veicolo in movimento fino a 40-60 km/h, scegliendo anche la parte da colpire.
Se è stata una mina di questo tipo ad aver colpito il VM-90P, l’esito non sarebbe stato differente se al suo posto ci fosse stato una blindo Puma o persino il nuovo Vtml, realizzato da Iveco, uno dei mezzi migliori della categoria. Certo, tutti gli eserciti stanno introducendo in servizio, un po’ alla volta, nuovi mezzi meglio protetti e studiati per sopravvivere a mine e razzi di potenza limitata. Ma sono mezzi più grandi, pesanti, meno agili, di quelli che rimpiazzano, per non parlare dei costi. E più ci si chiude in scatole corazzate, meno si riesce a controllare la situazione intorno al mezzo, il che può esporre il personale a rischi gravissimi. Molti comandanti preferiscono far viaggiare la truppa su mezzi telonati (come i VM-90T usati dai nostri soldati) o in semplici jeep aperte, perché così in caso di guai la squadra può abbandonare subito il mezzo, disporsi nel modo migliore e rispondere al fuoco. Cosa molto difficile con i mezzi più protetti. Per non parlare delle tante vite salvate quando i razzi anticarro tirati contro i veicoli leggeri sono passati attraverso i teloni, senza attivarsi come sarebbe accaduto se avessero colpito una piastra blindata.
Certo, non c'è mai limite al meglio, la ricerca tecnologica continua, ma la lotta tra cannone e corazza non avrà mai fine.