Non cadere nella trappola

Se li conosci li eviti. Ma non in Rai dove invece li invitano. Così anche questa volta assistiamo al solito copione: prima gli insulti, dopo le scuse. Ormai in Rai è diventata una prassi. E non è un caso che i più duri con Marco Travaglio siano propri quei dirigenti che avrebbero dovuto almeno evitarne le contumelie. Ma da quando la Rai è prigioniera della propria impotenza è incapace del minimo controllo mettendo in difficoltà i propri referenti, come dimostra la dura censura di Anna Finocchiaro, che ha derubricato alla stregua di un piccolo calunniatore la firma prediletta dell’«Unità», cioè del suo stesso quotidiano di partito (quello pagato con i soldi del suo gruppo parlamentare). Unica eccezione? Quella del solito e incorreggibile Antonio Di Pietro, che ha avuto la geniale idea di paragonare il presidente del Senato a un rapinatore: mica male, per uno che voleva fare il presidente della Camera. Ma se la polemica sugli attacchi senza contraddittorio di Travaglio al presidente del Senato, Renato Schifani, produce una condanna pressoché unanime del mondo politico, a partire dal Pd, non si può non chiedersi che cosa renda ancora una volta possibile l’uso tribunizio e accusatorio di un programma Rai. Non si può non chiedersi che senso abbia pagare un canone (tutti) per offrire uno spazio denigratorio (ai soliti pochi).
Questa volta a viale Mazzini non c’è un’unica regia compiacente, ma piuttosto una direzione debole, che favorisce una situazione di anarchia, una sorta di legge della giungla, in cui guastatori come Travaglio e Santoro si infilano per le loro piccole crociate autopromozionali. Certo, questa non è la Rai di Zaccaria, che pianificava in maniera scientifica una campagna di fiancheggiamento al centrosinistra. Non è la Rai dove tutti i programmi venivano accordati a un’unica nota politica e attaccavano una sola parte per sostenere l’altra. Chi ha dimenticato il comizio elettorale di Benigni a poche ore dal voto del 2001? E chi non rammenta l’altro show di Travaglio, quello ospitato da Luttazzi contro Berlusconi? E chi è che ancora oggi se la sente di minimizzare le tirate di Celentano, che per alcuni giornali dovrebbe essere l’unico ad avere il diritto di parlar male del centrodestra per una sorta di inconcepibile «licenza di uccidere» che gli viene dal suo carisma di guru?
Certo, la forza della condanna contro l’unilateralità che anche oggi ci sentiamo di esprimere non ci porta a confondere periodi e situazioni del tutto differenti. Oggi ci sono maglie troppo larghe, che consentono a chi fa la voce grossa e ama ricorrere ai colpi bassi, di trovare terreno fertile per le proprie guerre sante, e per le campagne pubblicitarie occulte dei propri best seller. C’è forse qualcuno che se la senta di escludere che l’unico vero obiettivo di Travaglio sia quello di far salire in classifica il suo «Se li conosci li eviti», che a sua volta rifrigge un altro best seller para-dipietrista, «I complici»? Ma questo non rende meno gravi (anzi, forse rende ancor più gravi) le sue esternazioni.
L’assenza di una regia e di una finalità politica, infatti, aumenta ancora di più il caos in viale Mazzini e favorisce il protagonismo dei giornalisti di pretura. Un’anarchia, però, che fa filtrare le accuse sempre a senso unico. Malgrado tutte le chiacchiere sul «Regime berlusconiano», infatti, non abbiamo ancora visto un Travaglio «di destra» che colpisca leader di sinistra. Questo perché il corpaccione della Rai, l’azienda della lottizzazione e dei giornalisti targati, è strutturalmente in mano a dirigenti, produttori, direttori di rete, che per lo più hanno un background politico, quasi sempre un luogo comune ostile al centrodestra.
Ora, di fronte a questo caos non calmo, la cosa più facile e sbagliata sarebbe quella di invocare censure o bavagli, o addirittura nuovi editti bulgari. Il che non farebbe altro che il gioco dei professionisti del martirio, che probabilmente non aspettano altro per rilanciare quotazioni e vendite.
Salvatore Tramontano